Ibi

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Questa sono io, questi siamo noi

Dopo esser stato presentato Fuori Concorso al 70esimo Festival di Locarno e a Visioni dal Mondo – Immagini dalla Realtà, Festival Internazionale del Documentario a Milano, il documentario di Andrea Segre arriva nelle sale distribuito da Zalab; ma facendogli eco: «quest’opera è di Ibi e per Ibi. È il primo film basato su un’auto-narrazione di una donna migrante che parla del nostro Paese». Non è semplice mettersi da parte, ma il regista di Io sono Li c’è riuscito ancor più in questa circostanza. «Questa è Ibi» e si auto-riprende per poi “cedere” la macchina da presa a chi le è accanto cosicché possa inquadrarla diversamente. Questi sono i primi minuti del lavoro che porta il suo nome, il nostro sguardo si sovrappone a quello di IIbitocho Sehounbiatou, accompagnandoci nella quotidianità. Filma il proprio ambiente, l’uomo che ama, Salami, e sempre con un sorriso, dietro cui si cela la sofferenza. Nel 2000 aveva scelto di assumersi un grande rischio per cercare di dare un futuro migliore ai tre figli. Li ha lasciati con sua madre a Benin e ha accettato di trasportare della droga dalla Nigeria all’Italia; è stata intercettata e questo le ha comportato tre anni di carcere a Napoli. Una volta uscita Ibi rimane in Italia senza poter vedere i figli e la madre per oltre quindici anni. Scoperto il mezzo, inizia ad utilizzarlo per inviare ai famigliari lontani delle video-lettere per far capire loro la sua nuova vita; ma va oltre questo, cercando la posizione della Canon 3d e sperimentando con le luci (sempre artigianalmente parlando e da auto-didatta), trasformandola in professione (realizza filmati per l’associazione e per feste di italiani e stranieri a Castel Volturno).
Innegabilmente sul piano tecnico si distingue ciò che è stato girato da Segre (in alta definizione) dal materiale della donna, ma il punto interessante è che il primo si è andato a inserire in quei vuoti lasciati da Ibi che andavano (in parte) colmati per poter chiudere il cerchio, facendo parlare sopratutto Salami. Il cineasta sa bene come maneggiare non solo questo argomento così attuale della questione, ma innanzitutto la “materia umana” che c’è alla base. Con l’ultimo lungometraggio, L’ordine delle cose (presentato a Venezia74), patrocinato da Amnesty International, Medici per i diritti umani e Naga onlus, aveva puntato l’obiettivo sui rapporti Italia-Libia, soffermando l’attenzione sugli accordi con il governo e i capi tribali per fermare i migranti prima che prendano il mare. Tramite il documentario Ibi ridà dignità a una donna che ha lottato per questo. «Nel film sono presenti molte immagini realizzate da Ibi che abbiamo montato in una direzione guidata non solo dalla comprensione di ciò che a Ibi è successo (o meglio succede, nel tempo presente delle sue riprese), ma anche dal fascino che la posizione etica ed estetica di Ibi raccontano. Vogliamo che lo spettatore possa seguire l’io pre-narrante di Ibi, rimanendo con lei e non vivendola come oggetto, terza persona che testimonia una condizione di ingiustizia e sofferenza», ha dichiarato Segre. Va detto che ci sono delle ingenuità, che si spieghiamo anche con la genuinità (permetteteci il gioco di parole) delle riprese realizzate dalla donna. Si avverte a tratti più un’impostazione didattica, ma, in particolare, nella seconda parte l’emozione cresce – toccante la preghiera cantata da Salami dedicata a Ibi “con cui ha condiviso la fatica e la scommessa della migrazione” (dalla nota ufficiale).
L’uscita in sala del film è accompagnata da una mostra fotografica, composta da oltre venti foto realizzate da Ibi, allestita alla Reggia di Caserta in collaborazione con il Movimento Migranti e Rifugiati di Caserta. L’inaugurazione sarà il 21 ottobre alle ore 19.30 alla presenza di Carlo Chatrian, direttore artistico del Festival di Locarno, e sarà visitabile fino al 28 ottobre. Si tratta della prima mostra di un’artista migrante africana alla Reggia di Caserta.

Maria Lucia Tangorra

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