I Was at Home, But…

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4.0 Awesome
  • voto 4

Disgregazione e riunificazione di una famiglia

Tra i lungometraggi che la stessa Germania ha presentato in Concorso durante questa 69° edizione della Berlinale, v’è anche il controverso I Was at Home, But… diretto da Angela Schanelec e che, a suo modo, sin dalla prima proiezione riservata alla stampa, ha fatto parlare parecchio di sé.
La storia messa in scena è, di fatto, tanto apparentemente semplice quanto profondamente complessa: Phillip (Jacob Lassalle) è un ragazzo di tredici anni che, dopo essere misteriosamente scappato di casa, torna improvvisamente senza proferire parola. Sua madre Astrid (Maren Eggert) pensa che la fuga sia dovuta alla recente perdita del padre da parte di suo figlio. Non sarà facile, dunque, accettare che Phillip sta crescendo e vuole gestire la sua vita per conto proprio.

Sono, dunque, delicati equilibri famigliari al centro della messa in scena in questo ultimo lungometraggio della Schanelec. E se, di fatto, la cosa può essere, a seconda di come la si voglia rappresentare, quanto di più difficile ci sia, è anche vero che questo I Was Home, But… è, purtroppo, un’opera tra le più pretenziose, sbilanciate e peggio scritte dell’intera Berlinale 2019.
Tanto per cominciare, la scena si apre con l’immagine di un cane impegnato a dare la caccia a una lepre. Successivamente, vediamo lo stesso nell’atto di mangiare l’animale cacciato all’interno della propria stalla, dove dimora anche un asinello. Questo a suo modo grazioso quadretto di quotidiana normalità – e che sta a trasmettere, malgrado la drammatica scena della caccia, anche una certa serenità – si contrappone a ciò che accade nella quotidianità degli esseri umani stessi, dove sembra ancor più facile rompere i già di loro fragili equilibri e dove altro non si fa che cercare costantemente nuove vie di fuga. Lo dimostrano le stesse vicende di Phillip e Astrid e della sua figlioletta minore, d’altronde.
Dal canto suo, al fine di mettere in scena ciò, la regista ha optato per lunghi piani sequenza, frequenti camere fisse e lunghi, lunghissimi silenzi che, tuttavia, poco si addicono alla stessa storia trattata e, nel presente caso, denotano soltanto il desiderio di ostentare un’autorialità che, a ben guardare, pare non esistere affatto. Stesso discorso vale per la frase pronunciata da uno dei personaggi, il quale, con fare saccente, ha affermato che i film vanno visti rigorosamente fino alla fine, o – peggio ancora – per la rappresentazione dell’Amleto di Shakespeare realizzata dai bambini della classe della sorellina di Phillip. Tale rappresentazione, di fatto, vuol fare da cornice all’intera storia, unitamente alle immagini del cane e dell’asinello nella stalla (presenti, in maniera ellittica, anche in chiusura del lavoro), in quanto metafora dei rapporti tra gli esseri umani e dei rapporti all’interno di una famiglia. Eppure, l’impressione che, al termine della visione, si ha, è il fatto che la regista abbia tentato varie chiavi di lettura senza riuscire a far sì che nessuna delle metafore messe in scena legasse con il resto del lungometraggio e denotando – spiace dirlo – anche una certa debolezza dal punto di vista della conoscenza della grammatica cinematografica.
Questo suo I Was at Home, But… risulta, di fatto, uno dei lavori più deboli dell’intero concorso e contribuisce ad abbassare notevolmente il livello di una selezione ufficiale che già di per sé più volte ha fatto storcere il naso a pubblico e critica.

Marina Pavido

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