Come in un quadro di Monet
Dopo gli applausi ricevuti al Festival di Cannes 2025 e l’ottimo risultato registrato al box-office francese, per I colori del tempo (La Venue de l’avenir) di Cédric Klapisch è il momento di uscire anche nelle sale nostrane con Teodora Film a partire dal 13 novembre. Distribuzione, questa, anticipata dall’anteprima italiana all’interno del programma della 18esima edizione del Piccolo Grande Cinema di Milano. Ed è durante la kermesse meneghina che abbiamo avuto l’occasione di vedere il quattordicesimo lungometraggio realizzato dal regista di Neuilly-sur-Seine nell’arco di una carriera ormai trentennale, scritto anch’esso con il sodale Santiago Amigorena che lo ha già affiancato più volte in questa fase così delicata del processo creativo (tra cui Ritorno in Borgogna e La vita è una danza).
Con la complicità del collega argentino, Klapisch confeziona una nuova dramedy corale ricca di ironia e commozione attraverso la quale ci vuole ricordare come solo la scoperta del passato può farci capire il presente e immaginare il futuro. Lo fa con un affresco polifonico che offre una riflessione giocosa e sincera sul momento e sulla Storia, accompagnando lo spettatore in un viaggio spazio-temporale con il quale, mescolando e alternando i piani, prova a fare dialogare la nostra epoca con la fine del XIX secolo. Eccoci allora catapultati nella Francia di oggi al seguito di un gruppo di persone legate in qualche modo fra loro da rapporti di parentela che scopre di stare per ricevere in eredità una casa abbandonata da anni. Quattro di loro, Seb, Abdel, Céline e Guy, vengono incaricati di farne un sopralluogo. Loro, come tutti gli altri, sono infatti tutti discendenti da un’unica donna, Adèle Meunier, che alla fine dell’Ottocento aveva lasciato la Normandia per cercare la madre a Parigi. Frugando tra vecchie foto, lettere e dipinti, i quattro eredi riescono a ricostruire gli amori e le incredibili vicende della loro antenata, vissuta nel cuore della Belle Époque e della trionfale stagione dell’Impressionismo.
Con I colori del tempo ci si rende subito conto di quanto la pellicola in questione abbia rappresentato per l’autore un’opportunità per parlare e soffermarsi su elementi a lui cari, rendendogli in entrambi i casi un sincero omaggio. Da una parte, ambientandoci il film, quello alla Parigi di ieri e di oggi, una città con la quale non ha mai nascosto di avere un legame profondo al punto da chiamare il suo film del 2008 proprio Paris e scegliere la ville lumiere come cornice di alcune delle sue opere precedenti tra cui l’esordio Riens du tout e Ognuno cerca il suo gatto. Nella sua ultima fatica dietro la macchina da presa, Parigi infatti fa da sfondo partecipe alla vicenda ma è anche il crocevia e il punto d’intersezione dove presente e passato s’incontrano e s’intrecciano grazie a dei riusciti escamotage narrativi messi a punto e in essere dalla scrittura. Scrittura che talvolta però eccede un po’ troppo di afflato nei dialoghi e in alcune dinamiche tra i personaggi. Ci pensano fortunatamente i bravissimi interpreti Suzanne Lindon, Abraham Wapler, Julia Piaton, Vincent Macaigne e Zinedine Soualem, a impedire al suddetto afflato di provocare danni irreparabili. La qualità del cast si fa sentire, facendo la differenza.
Contemporaneamente, il regista transalpino celebra il secolo delle grandi invenzioni tecnologiche presenti nel film: la luce, la fotografia, il treno e, naturalmente il cinema, ma sopratutto agli artisti dell’immagine e alla pittura impressionista, evidente già nei coloratissimi titoli di testa. Vedere per credere.
Francesco Del Grosso









