L’ultimo (nuovo) treno della notte
È una singolare, suggestiva coincidenza, quella che ha fatto collimare la distribuzione di questo The Dutchman – e soprattutto la sua presentazione nel concorso di Oltre lo specchio Film Festival 2025 – con le ultime notizie che giungono da New York, e in particolare l’elezione a sindaco di Zohran Mamdani. Si dice spesso che l’arte, e il cinema in particolare, siano in grado di sintonizzarsi con gli umori presenti nella società, talvolta persino anticipandone le svolte; e la cosa, nel caso di questo film diretto dal regista e produttore Andre Gaines, assume una valenza particolare, e una suggestione in qualche modo ancor maggiore. Il film di Gaines, infatti, viene da un soggetto risalente addirittura agli anni ‘60, ben calato negli umori di quel periodo eppure facile da ricondurre alla contemporaneità, legato a doppio filo com’è da un lato alle istanze postcoloniali e alla vita della comunità nera di New York, dall’altro a inquietudini che hanno attraversato in questi decenni tutte le comunità etniche marginalizzate degli USA; istanze e inquietudini che proprio nel tessuto sociale della Grande Mela, di ieri ma forse soprattutto di oggi, trovano la loro più compiuta espressione. All’origine di The Dutchman c’ è la piéce teatrale omonima di Amiri Baraka, scrittore e poeta, drammaturgo e critico musicale, esponente di spicco della letteratura afroamericana degli ultimi decenni, a sua volta musulmano (seppur convertito, come già Malcolm X) e a sua volta oggetto, fino a poco prima della sua morte nel 2014, di discussioni e controversie. Simbolo di un’idea di liberazione radicale della nazione nera per alcuni, personaggio misogino e razzista – nonché antisemita – per altri; un soggetto che, nelle sue stesse contraddizioni, sembra incarnare un messaggio che risuona in modo particolare nelle inquietudini (americane, e non solo) contemporanee, ben ricontestualizzate da questo adattamento cinematografico del suo lavoro.
Interpretato dagli ottimi André Holland e Kate Mara (visti rispettivamente in Moonlinght e nella serie House of Cards), The Dutchman è in realtà il secondo adattamento cinematografico del dramma di Baraka – allora, era il 1964, l’autore si faceva chiamare ancora col suo nome di battesimo, Le Roi Jones: solo due anni dopo, infatti, il regista britannico Anthony Harvest ne avrebbe tratto un film intitolato anch’esso Dutchman (uscito in Italia col fuorviante titolo Intolleranza: Il treno fantasma); uno scarno, brutale thriller di un’ora scarsa, ricordato oggi soprattutto dai cultori del Free Cinema inglese e delle sue propaggini, ma all’epoca insignito della Coppa Volpi a Venezia per la prova della sua protagonista, Shirley Knight. L’elemento interessante del film di Andre Gaines, al di là del setting moderno e dei necessari aggiustamenti nel background dei personaggi, sta però nel non aver realizzato un remake, e neanche (in senso proprio) un nuovo adattamento del testo di partenza. È singolare infatti che un’opera tutta basata sull’unità di tempo e luogo, così teatrale nella sua stessa concezione, sia stata approcciata con lo strumento del metacinema, e tramite un’ambientazione che punta a essere, insieme, astratta eppure totalmente materiale e calata nella quotidianità. Ci sono ovviamente i protagonisti Clay e Lula, di nuovo passeggeri del simbolico, claustrofobico treno sotterraneo del testo originale: lì un ventenne della borghesia nera (mal) assimilata dalla narrazione kennedyana del decennio, che si imbatte in un’annoiata donna di mezza età della borghesia bianca, scaltra e manipolatrice; qui un magnate nero di successo sull’orlo del divorzio, che incrocia una misteriosa sconosciuta dal background ignoto, forse un fantasma, o forse una bianca dark lady che si fa coscienza oscura del rimosso del protagonista. Il “teatro” dell’azione però si amplia e si “complessifica”, qui; i livelli di lettura si mescolano, il racconto irrompe nella realtà e viceversa, il demiurgo si svela e stavolta (provocatoriamente) è bianco. Ma forse il “gioco” è sfuggito di mano, ormai da tempo immemorabile, anche a lui. Irrimediabilmente?
Raccontare The Dutchman senza cadere nella trappola dello spoiler, e soprattutto spiegare come, e in che modo, il film di Gaines si allontana tanto dal testo teatrale quanto dal suo primo adattamento cinematografico, è impresa non semplice. La scelta metatestuale della sceneggiatura si presta facilmente all’accusa di autoreferenzialità, o addirittura di compiaciuta attitudine cerebrale; ciò è ancor più vero laddove la fonte è un testo – e un autore – che mantenevano invece saldo il focus sulla materialità di situazioni e personaggi. Il limite principale del film (reale, per un lavoro che vuole presentarsi innanzitutto come film di genere) è il suo strettissimo legame con entrambi i suoi referenti, letterale e cinematografico; i rimandi sono espliciti, ma laddove non se ne conosca almeno il background si resta spiazzati, ci si domanda dove il regista voglia andare a parare. Si finisce insomma per andare a tentoni nel racconto, spinti alla deriva dalla (voluta) mancanza di punti di riferimento, tra i vari livelli di realtà evocati dal film, che il regista impone a chi guarda. Eppure, tra schegge kubrickiane di Shining e Eyes Wide Shut – evocati soprattutto nei costumi e negli interni – tensioni depalmiane da thriller erotico di marca eighties, repulsione trattenuta per una carnefice che forse non è del tutto tale, la peculiare malìa di The Dutchman è innegabile. È come se Andre Gaines, consapevole o meno, abbia voluto sottolineare l’inevitabilità, in una realtà magmatica e caotica come quella attuale (nonché inafferrabile per la sua velocità, come viene esplicitamente ricordato nel film) di mescolare i piani di lettura, i ruoli, di evocare un fuori campo – un livello di potere ulteriore, non presente nella storia originale – che pone sotto il suo giogo tutti i personaggi. Persino quello che potrebbe apparire come il demiurgo del tutto. L’identità, ormai, non è solo perduta: è frammentata in mille schegge, che si disperdono incontrollatamente in più “palcoscenici” diversi. La ricomposizione sembra impossibile, almeno al momento: il cinema stesso non può che prenderne atto, allora, e rendere almeno esteticamente fecondo tanto spiazzamento di identità e ideologie. In attesa che la Storia, retrospettivamente, ci aiuti a leggere questa realtà in modo meno ambiguo.
Marco Minniti








