L’altro nel ‘nostro’ rifugio dorato
Quando ci si approccia alla visione di un’opera diretta da Joshua Oppenheimer si immagina che si andrà in profondità rispetto ai valori posti in campo e le aspettative sono alte sul piano della messa in scena. Anche nel caso di The End, con cui ha scelto di esordire nel cinema di finzione, non delude, anzi dimostra coerenza e al contempo di sapersi mettere in discussione. Siamo in un bunker, di cui si scoprono le stanze (e le logiche) man mano che la storia si dipana. È stato arredato come una casa lussuosa, lei, la Madre (Tilda Swinton) è come se abbia cercato di trattenere con sé un po’ di bellezza attraverso quadri rinomati (tra cui Degas). Con lei vivono il marito (Michael Shannon), il figlio (George MacKay), l’amica (Bronagh Gallagher), un dottore (Lennie James) e un maggiordomo (Tim McInnerny). Cercano di andare avanti con la forza dei rituali (tra cui rientra anche un’esercitazione per esser pronti a salvare gli altri), che, talvolta, hanno il risvolto di trasformarsi in routine. «Jette (Lehmann, la scenografa, nda) e io», ha dichiarato Oppenheimer «siamo partiti dalla premessa che mentre i personaggi mentono a se stessi, mentre si aggrappano alla speranza, noi dovremmo essere liberi di dimenticare che siamo in un bunker. Dopo tutto, la loro casa è una manifestazione della loro fantasia, che dovrebbe essere seducentemente bella. Questo significa che il bunker non deve sembrare claustrofobico o buio». Dalla sala dove sono affissi a ogni parete i quadri basta poco per passare al cemento e quindi nella cavea (è stata scelta per girare la la miniera di sale di Petralia Soprana, in Sicilia). La distanza è breve eppure sembra che si possa essere protetti da quel mondo esterno da cui si è cercati di scampare alla fine. In un equilibrio così sottile – e lo comunica la prima apparizione della madre che si sveglia di soprassalto, dopo un incubo – l’arrivo dall’esterno di una ragazza è il motore che comincerà a far cadere le maschere nei confronti dell’estranea e tra di loro. Candidato agli Oscar® per The Act of Killing e The Look of Silence, Joshua Oppenheimer riesce ad arrivare al cuore della platea di turno con la potenza delle immagini così come con le parole durante il canto (ben 13 brani scritti insieme al compositore Josh Schmidt) e i dialoghi (in collaborazione con Rasmus Heisterberg), senza contare ciò che si può celare dietro a silenzi (ora impietosi ora densi di fragilità). «Se i cuori dei personaggi si aprono a noi quando cantano, ma anche nel canto ingannano se stessi, al centro del film c’è una domanda spaventosa: cosa rimane di noi quando mentiamo a noi stessi nei nostri sogni e nei nostri desideri inconsci?» (dalle note di regia).
«Questo film parla di una famiglia 25 anni dopo la fine del mondo, responsabile almeno in parte della catastrofe che ha portato alla caduta della civiltà umana. È intrinsecamente troppo tardi per loro, ma non lo è per il pubblico. Ho sempre pensato che creare un racconto di ammonimento sia un atto di speranza, costruito sulla convinzione che non sia troppo tardi per cambiare. Anche aprire il cuore e guardare un film come questo è un atto di speranza, perché dimostra la volontà di essere sfidati e di cambiare». Dopo aver vissuto l’esperienza della visione di The End, attraversando diversi stati d’animo, sorge spontaneo condividere e rilanciare queste parole del suo ideatore. Di fronte al timore che tutto possa finire, compresa la gabbia dorata che ci si è costruiti con così tanta cura (sia fisicamente che idealmente), cosa si è disposti a fare pur di sopravvivere? Qual è il limite? È sempre negativa la contaminazione? Sono solo alcuni degli interrogativi che iniziano a crescere assistendo al film per poi portarseli con sé. Le possibili risposte sono diverse e questo film, senza voler essere una satira, ci (di)mostra le varie reazioni umane (e non), fa riscoprire cosa significhi farsi attraversare dai sentimenti e che per qualcosa potremmo essere ancora in tempo.
«Le case sono tutte scomparse sotto il mare.
I danzatori sono tutti scomparsi sotto le colline».
“Quattro quartetti” di T. S. Eliot
Maria Lucia Tangorra









