Ritorno in Borgogna

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6.0 Awesome
  • voto 6

Vita nel vigneto

Dopo aver esaminato una dozzina di lungometraggi di finzione da lui diretti in trent’anni di carriera, sarebbe illogico attendersi qualcosa di diverso da Cédric Klapisch. Un regista che ha sempre, furbescamente, cercato di tenere il piede in due scarpe di misura molto differente tra loro: quella della pura autorialità e quella più inerente alla voce botteghino. Tentativo che si può certo definire comprensibile, ma che raramente ha portato come risultato frutti davvero maturi. Frase che calza a pennello per questo Ritorno in Borgogna, visto che l’elemento centrale della storia è proprio un grande vigneto con relativa raccolta autunnale dell’uva necessaria alla vendemmia.
Due fratelli e una sorella raccolgono l’eredità paterna, ovvero una vasta tenuta agricola nella località francese del titolo. Il primogenito Jean, in disaccordi caratteriali con il padre, era emigrato in Australia dove ha trovato l’amore di Alicia e un bimbo. Il suo ritorno in Francia, con qualche debito sulle spalle, come prevedibile risveglierà affetti ma anche dissapori reciproci nei confronti di Juliette e Jérémie, che in sua assenza hanno mandato avanti l’azienda del padre.
Non è certo un brutto film, Ritorno in Borgogna. Le locations anzi sono davvero splendide e Klapisch le sfrutta al massimo possibile, inquadrandole in un affatto banale discorso sul ciclo naturale ed il tempo che scorre, con i relativi sommovimenti esistenziali che coinvolgono i personaggi messi in scena. Non trascurando nemmeno una certa accuratezza nella descrizione di un modello di lavoro ormai purtroppo desueto. Come sempre gli accade, però, il regista divenuto internazionalmente celebre con L’appartamento spagnolo (2002) spinge eccessivamente il pedale dell’acceleratore su alcuni aspetti della narrazione, con l’evidente scopo di accrescere l’empatia del pubblico verso fatti e personaggi rappresentati. Ecco dunque un abuso di flashback ad alto tasso di retorica che lasciano poco spazio all’immaginazione spettatoriale per quanto sono didascalici. Addirittura, nella parte finale, si assiste più o meno basiti ad una compresenza nella medesima inquadratura del Jean bambino con quello adulto, a dialogare tra loro spiegandosi a vicenda i perché ed i per come si è arrivati ad una situazione in apparenza priva di sbocchi. Se dovessimo fare un esempio di cinema che corteggia oltre qualsiasi misura la passività dello spettatore, ebbene questo sarebbe a dir poco illuminante. Ritorno in Borgogna finisce insomma con l’essere un lungometraggio molto prevedibile nella sua “facile” fruibilità, coronata da un buon cast (Pio Marmaï, Ana Girardot e François Civil, nei panni dei tre fratelli sono senz’altro in parte), un’eccellente fotografia di Alexis Kavyrchine, ma con una sceneggiatura – scritta dallo stesso Klapisch con Santiago Amigorena – incapace di sfrondare i momenti inessenziali rispetto a quelli davvero pregnanti ai fini della storia.
Il risultato finale, al solito, è quello di un cinema medio che non riesce a spiccare il volo verso alte vette qualitative proprio per la tendenza del suo autore a rifiutare uno stile autenticamente personale, optando al contrario per un immaginario poetico che si avvicini il più possibile all’ipotetica universalità del gusto popolare; ma così operando l’effetto collaterale è un’opera priva di spigoli, appiattita su una narrazione afasica dove i momenti davvero drammatici rientrano frettolosamente nei binari di un buonismo che lascia solo amaro in bocca, per quanto risulta artificioso e poco credibile. La noia si fa largo e si comincia a tessere le lodi dei vari comparti tecnici per giustificare un giudizio positivo. Cédric Klapisch e certo cinema francese senz’anima, seppure in “bella calligrafia”, hanno colpito ancora.

Daniele De Angelis

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