Horsehead

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7.0 Awesome
  • VOTO 7,5

Il mio sogno per un cavallo

La vita è fatta a volte di curiose, misteriose coincidenze. Nel giorno del Solstizio d’Estate mi ero ritrovato a dissertare con alcuni amici “tradizionalisti romani”, facenti cioè parte dell’Associazione Tradizionale Pietas, su alcune simbologie presenti nella mitologia greco-romana. E la conversazione era scivolata prima su Pegaso, il cavallo alato, poi sulla figura del cavallo in genere, spesso associata nella classicità al mondo dell’istinto, delle passioni irrazionali, dell’eros affrontato impetuosamente e senza freni inibitori. Ma così come la fierezza di Pegaso poteva essere occasionalmente domata da taluni eroi (lo fece Perseo, per portare a termine le sue imprese), così è evidente che alla peculiare natura del cavallo si possa tentare di porre una guida, un controllo. E mentre si ricordava la creatura mitologica che meglio incarna tale dualità, il centauro, ma in cui tendenzialmente prevale il lato selvaggio, brutale, irascibile, a me è venuto spontaneo citare colui che tra gli stessi centauri rappresentava una vistosa eccezione: il saggio Chirone, esperto di medicina e di svariate arti, che ebbe tra i suoi allievi Achille, Asclepio, Eracle, Giasone, Teseo e secondo alcuni miti persino Dioniso.

Ecco, la coincidenza cui si alludeva all’inizio è che pochi giorni dopo, al Fantafestival, l’immagine del cavallo è tornata prepotentemente alla ribalta e lo ha fatto nella sua accezione più violenta, collerica, quasi a ritagliare uno spaventoso “close up” del possibile Dark Side equino. Ciò è avvenuto per giunta in uno dei film della rassegna che finora ho apprezzato di più. Trattasi di Horsehead, lungometraggio d’esordio del francese Romain Basset, cineasta di buon talento visivo che fino ad ora aveva sfornato soltanto cortometraggi. Girato per facilmente intuibili ragioni di esportabilità non in francese, ma in lingua inglese, Horsehead è senz’altro debitore di maestri come David Cronenberg, Wes Craven, Neil Jordan, David Lynch e Dario Argento. Eppure, quel che mi ha maggiormente suggestionato è la capacità del regista di far convergere un simile magma di immagini, di approcci narrativi e figurativi, all’interno di quel percorso iniziatico che assume strada facendo una possente per quanto morbosa valenza simbolica.

La sequenza iniziale trasporta immediatamente lo spettatore in uno stato allucinatorio della giovane protagonista, perseguitata in sogno dalla spaventosa figura antropomorfa che è però sormontata, in cima al busto, da una spettrale testa di cavallo. A ridosso dell’incubo Jessica, la ragazza, viene avvertita della recente scomparsa di sua nonna. E così si mette in viaggio per raggiungere il villaggio nella campagna francese da cui la famiglia proviene, un antico borgo dove l’arcigna madre è rimasta a vivere e dove potrà onorare con lei le spoglie della defunta, che pure non vedeva da anni. Durante e dopo il trasferimento si vengono a scoprire altri dettagli interessanti, in primo luogo questi: Jessica soffre di incubi ricorrenti sin dall’infanzia, si è poi dedicata a studi di psicofisiologia dei sogni, ed ha recentemente preso a fare esperimenti sui cosiddetti “sogni lucidi” assieme a Sean, esperto della materia che è anche il suo fidanzato. Nel ripassare il significato di determinati archetipi la ragazza si confronta con teorie, secondo le quali il cavallo nei sogni è un’apparizione funesta, indice talvolta di un rapporto tormentato con la propria madre, forza generatrice. E in effetti i rapporti tra Jessica e la madre sono da sempre molto tesi. Ma durante la permanenza nella vecchia, sinistra dimora di famiglia, col cadavere fresco della nonna ancora deposto in una delle stanze, allorché la dimensione del sogno (o per meglio dire dell’incubo) comincia a prendere il sopravvento sulla realtà, alla protagonista stessa toccherà correre gravi pericoli pur di prendere coscienza dei torbidi e terribili segreti la cui fonte ancora perseguita, come una maledizione, lei e i suoi famigliari. La fonte in questione è una figura rimossa non a caso un po’ da tutti: quella del padre di sua madre, uomo autoritario, sadico, violento e accecato dal fanatismo religioso, che pur essendo scomparso da anni pare aver acquisito il potere di tormentare le più sensibili e vulnerabili tra le donne di casa, prima la nonna e poi lei, materializzandosi nei loro momenti onirici in forma equina e con intenzioni a volte assai cruente. Per allontanare questa minaccia e isolare le origini del Male, così da sconfiggerlo, Jessica dovrà affrontare un lungo, doloroso tragitto, che per gran parte si svolgerà in una realtà allucinatoria e perversa…

Se nelle tinte cromatiche impresse sulle scenografie degli incubi Horsehead può ricordare Lynch, se nel compenetrarsi di sogno e realtà è tutto sommato facile accostare Horsehead a un “cult” come Nightmare, se il gusto delle mutazioni corporee lo avvicina un po’ a Cronenberg, l’aspetto più affascinante del film di Romain Basset secondo me deriva dai precedenti, da quelli citati, per poi trascenderli: al di là delle comunque notevoli componenti formali scelte per rappresentarlo, è il percorso iniziatico e sapienziale compiuto dalla protagonista il nocciolo della vicenda, ciò che assicura un pathos autentico a quelle esperienze oniriche che, altrimenti, potrebbero apparire anche confuse. Il disvelamento dell’episodio cruciale della propria nascita, così come il confronto risolutore con quella figura crudele di patriarca, che in nome di un’educazione cristiana intesa come particolarmente malata, rigida e repressiva aveva saputo torturare, sia in vita che dall’oltretomba, le figure femminili a lui vicine, sono il sottoprodotto di questo doloroso “rito di passaggio” cui Jessica si sottopone. L’accumularsi di passaggi simbolici (il Lupo, il Cavallo, la Chiave) e di possibili letture, che vanno dai retaggi della cultura classica all’interpretazione psicanalitica dei sogni, dal peso funereo dell’oscurantismo religioso alla presenza di aiutanti magici, atmosfere gotiche e altri schemi, reperibili per esempio nella favolistica dei fratelli Grimm, è tale da rendere il viaggio estremamente appassionante. Soprattutto per quegli spettatori che da subito, come è capitato a me, manifesteranno il desiderio di perdersi nei meandri di questa fiaba oscura e inquietante.

Stefano Coccia

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