“Scommetto che l’inferno è più divertente del paradiso”
“Hey Franny, welcome to New Mexico!”. È con questo entusiasmo, all’uscita di un aeroporto dalle infrastrutture essenziali e polverose, che I’ll Be Gone in June prende il volo. Selezionato per il concorso Un Certain Regard del 79° Festival di Cannes, questo racconto di formazione radicato nelle reali esperienze di vita della sua giovane regista è il motivo per cui i festival hanno un disperato bisogno di puntare sulle voci del futuro, in grado già con i loro debutti di tenere testa ai titoli di alto profilo in corsa per la Palma d’Oro.
Bastano poche riprese dal finestrino per raccontare gli aridi scorci del New Mexico. Dopotutto, Las Cruces non possiede certo la stessa architettura di New York, meta del recente scalo prolungato di Franny: un piccolo assaggio di quello che avrebbe potuto essere lo sfondo della sua ricerca sul campo — soggetto: il sogno americano — prima di raggiungere la reale destinazione prevista dallo scambio scolastico. L’America che Franny immagina è quella della cultura pop, più vicina alla California che alla verità del paese nel suo insieme. La stessa America che, agli occhi di un’adolescente intraprendente, coincide con la promessa di libertà. La realtà, invece, è fatta di siccità, case decadenti, chilometri — anzi, miglia e miglia — di desolazione. Perlomeno Villa Garcia, la casa della famiglia designata per ospitarla, sembra accogliente al punto giusto, nonostante le steppaglie che la circondano.
Dopo le polemiche imperversate alla Berlinale — ricordiamo tutti lo strafalcione della conferenza stampa — attualmente il nome di Wim Wenders non gode del rispetto necessario ad incrementare da solo il valore di un prodotto cinematografico, ma è inevitabile una certa curiosità nel vedere il suo nome figurare tra i produttori. Soprattutto all’inizio di una storia che, almeno per suggestione, sembra richiamare certe atmosfere del suo cinema: il regista tedesco ha girato spesso in New Mexico e nelle regioni limitrofe, e si è confrontato lui stesso con i postumi dell’11 settembre in Land of Plenty. Togliamoci subito il sassolino dalla scarpa: si, I’ll be Gone in June tratta questo tema spinoso, ma Katarina Rivilis è troppo scaltra per lasciare che il proprio film venga definito dallo fondale storico che lo attraversa.
Franny scopre presto che la cordialità dei primi convenevoli nasconde un’intolleranza latente, e che a scuola non può nemmeno azzardarsi a mostrare l’ombelico, pratica barbara che solamente nella sua “depravata” Germania potrebbe essere socialmente accettata — parafrasando la dirigente scolastica. Un luogo che obbliga a sfoderare il proprio spirito di adattamento per sopravvivere rappresenterebbe già di per sé una solida base per un racconto di formazione, ma I’ll Be Gone in June fa un ulteriore passo, facendo coincidere l’arrivo della sua protagonista con l’attentato alle torri gemelle dell’11 settembre. Il risultato è un clima di lutto e paranoia dove si è spinti a stringersi attorno a ciò che è già familiare, e dove Franny trova spazio solamente come un’estranea da cui diffidare. Tutto sembra improvvisamente secondario rispetto all’America, soprattutto ora che il trauma le consente di ripiegarsi completamente su sé stessa, Le torri restano solamente un amplificatore fuori campo: un trauma che altera le dinamiche emotive, ma che non monopolizza mai il racconto. A quell’età tutto ruota attorno a domande enormi e sentimenti ingestibili, tutti proiettati verso il futuro, ed è questa stessa filosofia che guida la narrazione atmosferica del film. A Franny la tristezza altrui sembra quasi scivolare addosso, dopotutto cosa ne può mai sapere lei, tedesca, delle sofferenze degli americani? I dolori appartengono alla propria esperienza, e ogni perdita viene misurata soltanto attraverso ciò che si conosce. Eppure eccola sfogarsi sfrecciando in bicicletta, chiedendosi come debba essere perdere qualcuno di caro. Un livello di empatia che non potrebbe mai sfiorare l’intransigente madre adottiva, incapace persino di tollerare che Franny parli la propria lingua con un’amica connazionale. I più fortunati — ovvero chi ha letto Franny and Zooey — potrebbero sospettare che il nome della protagonista derivi proprio dalla novella di Salinger. Presto detto: è esattamente il libro che Franny sta leggendo, in un rimando forse sfacciato, un modo poco sottile di strizzare l’occhio agli spettatori che hanno collegato i puntini.
I’ll Be Gone in June restituisce le stesse sensazioni nostalgiche e rassicuranti di riascoltare il disco della propria band preferita delle superiori. Nello spazio liminale tra il desiderio di appartenere a qualcosa e la consapevolezza che ogni esperienza significativa sia inevitabilmente temporanea, il film costruisce i presupposti per uno stato di sospensione cinematografico, propedeutico alla trasformazione di un personaggio sballottato da arrivi e partenze. “Me ne andrò a giugno”, dice Franny a Elliott, il ragazzo problematico di cui si è innamorata nonostante gli avvertimenti di tutori e amici. Perché non c’è niente di più difficile che crescere muovendosi tra dei paletti imposti dagli altri, e forse andare dietro al ragazzo che potrebbe spezzarti il cuore è un’ottima terapia d’urto per diventare adulti. Osserviamo questa trasformazione con una delicatezza rara: una camera fissa sulla spontaneità trasparente dello sguardo innamorato di Franny, piccoli guizzi registici che ostruiscono parzialmente la visuale per rendere un momento ancora più intimo e, soprattutto, il coraggio di tornare su quelle stesse immagini per mostrarne l’altra faccia della medaglia. La rottura. Il ridimensionamento. La fine dell’incanto. A volte bisogna strizzare lo sguardo e proiettarsi lontano, perché ti mancano le stagioni solo quando ti accorgi che il loro scandirsi non è un ciclo scontato ovunque, non in mezzo al deserto. È lei che ha insegnato a Elliot, durante una delle loro giornate in cui si fa tutto e niente allo stesso tempo, che nel deserto, durante le giornate ventose, se si strizzano gli occhi fissando l’orizzonte ci si sente al mare. Franny si dissocia e viaggia con la mente, immaginando che sia tutto un sogno. O forse era un sogno soltanto la parte più magica, quella generata dall’immaginazione adolescenziale, capace di trasformare un luogo dimenticato dal mondo nello scenario perfetto per sentirsi vivi. Perché alla fine non è il luogo in cui ci troviamo a definirci, ma il modo in cui impariamo ad abitarlo emotivamente.
E I’ll Be Gone in June, tra deserti, amori e distanze di ogni tipo, riesce a catturare qualcosa di rarissimo: quel momento della vita in cui si è ancora abbastanza giovani da credere che tutto possa cambiare, ma già abbastanza grandi da intuire che nulla durerà per sempre. “Me ne andrò a Giugno”. Giugno è dietro l’angolo, non bisogna perdere tempo. Parlami, veloce, dimmi che hai tutto e che nulla è importante, dimmi che sei pronto a fare del nulla il tutto, dimmi cosa ti emoziona, dillo di nuovo. Grazie di tutto.
Alessio Vinciguerra









