High Flying Bird

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Attacco al sistema… di nuovo

Steven Soderbergh ci ha preso gusto! Chi conosce il cineasta americano, allora non può non sapere che quando si tratta di un suo film, la cornice principale sarà l’attacco ad un qualche sistema che, all’apparenza, non funziona come dovrebbe. Perché questo è il cinema di Steven Soderbergh; dopo la fortunata trilogia Ocean’s 11 -12 e 13 (nella quale l’obiettivo era il sistema bancario), e dopo numerosi e fortunati lungometraggi nei quali il regista ha attaccato il sistema sanitario americano, Soderbergh cambia obiettivo. Stavolta, a farne le spese, è il sistema dello show business NBA. Con quest’ultimo lungometraggio High Flying Bird, Soderbergh punta a screditare il comportamento di alcuni procuratori sportivi che, spesso e volentieri, sfruttano l’immagine di giovani speranze del basket per arricchirsi e farsi un’immagine a loro volta. Un sistema che include una considerevole quantità di denaro che rimane sempre l’obiettivo da perpetuare per i personaggi perfezionati dal regista americano. A schierarsi nello scacchiere del regista, in qualità di produttore, c’è Netflix. Soderbergh e Netflix, avevano già collaborato in passato con la fortunata miniserie Godless – di cui è stato co-creatore – che ha riscosso un notevole successo di critica.
Parlando di High Flying Bird, il film ruota intorno alla figura di Ray Burke (André Holland) il quale è un agente di giocatori di basket. In Italia, paragoneremmo la sua figura ai procuratori sportivi che supervisionano i calciatori. L’NBA è ferma a causa del “Lockout” – significa che l’intero campionato NBA è in sciopero per qualche motivazione a carattere economico -, la situazione è sfavorevole. Con il campionato fermo, diverse agenzie di commercio che rappresentano i cestisti sono in crisi, inclusa quella dove lavora Burke. Il suo supervisore (Zachary Quinto) lo ricatta; se non troverà qualche giovane a cui offrire la procura, Burke verrà licenziato. Con la situazione di arresto dell’intero campionato, la missione di Burke è letteralmente impossibile. Coadiuvato dalla sua assistente Samantha (Zazie Beetz), l’agente cerca talenti da poter immettere nel mercato. Spesso, il procuratore cerca consiglio dal suo vecchio mentore Spencer (un iconico Bill Duke) il quale è un ottimo amico e consigliere. Burke punta tutto su un giovane di cui è già procuratore, Erick Scott (Melvin Gregg) sperando che possa consentirgli di non perdere il lavoro. Il procuratore ha un piano, che includerà anche un altro cestista e il presidente di una squadra di New York (interpretato dal veterano Kyle MacLachlan). Sfruttando degli stratagemmi non proprio ortodossi, Burke dovrà risolvere i problemi che affliggono sé stesso, la sua compagnia e l’intera NBA.
A livello di estetica, Soderbergh prosegue nel suo percorso innovativo. Essendo tempo di Berlinale – è in corso la 69’ edizione -, Soderbergh si presentò alla scorsa edizione con un inedito Unsane, con protagonista Claire Foy, girato interamente con un Iphone 7; stessa sorte è toccata a questo nuovo lungometraggio. Un’innovazione che, supponiamo, il regista proseguirà per ulteriori film, sperando che altri registi si accodino a questa novità che, esteticamente, ci piace. Conoscendo (e stimando) il regista, si sa che i suoi film sono prettamente film d’inchiesta. Probabilmente, altri sistemi, che non funzionano come dovrebbero e che non si adattano alle esigenze dei cittadini, finiranno nel mirino del regista di Atlanta. In questa occasione, Soderbergh si è avvalso della collaborazione di tre cestisti che sono passati dal “draft” – il famoso sistema di scelte dei giocatori provenienti dal college che vengono smistati nelle varie squadre NBA seguendo un preciso ordine -. I tre giocatori sono Reggie Jackson (attualmente dei Detroit Pistons), Karl-Anthony Towns (in forza ai Minnesota T’wolves) e Donovan Mitchell (cestista degli Utah Jazz). Le loro dichiarazioni (sottolineate da un filtro in bianco e nero simile alle scene dei ricordi di Memento di Christopher Nolan), arricchiscono la pellicola rendendola il più possibile veritiera pur se basata da una sceneggiatura completamente fittizia. Il film è scarso di emozioni e non ci sono particolari colpi di scena, tuttavia è un buon prodotto e merita sicuramente una visione.

Stefano Berardo

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