The Golden Glove

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8.0 Awesome
  • voto 8

Il ritorno di Fatih Akin

Se negli ultimi anni il celebre regista turco naturalizzato tedesco Fatih Akin ci ha presentato una delusione dopo l’altra (soprattutto dalla realizzazione, nel 2014, di Il Padre), tuttavia sempre elevato è il numero di spettatori in attesa di vedere, ogni volta, il suo prossimo film. Così è stato, ad esempio, anche per la sua ultima fatica, The Golden Glove, che ha sancito dopo molto tempo il ritorno in Germania del regista e che è stata presentata in Concorso durante il 69° Festival di Berlino, dove lo stesso Akin si è sin da subito rivelato uno dei nomi maggiormente attesi dell’intera competizione. E, al di là dei deludenti prodotti degli ultimi anni, il cineasta stavolta non ha deluso (almeno in parte) le aspettative degli spettatori. O meglio, il suo The Golden Glove è probabilmente uno dei film che maggiormente ha diviso pubblico e critica durante questa 69° Berlinale. Ma andiamo per gradi.

Il bravo Jonas Dassler ha per l’occasione vestito i panni del serial killer Frizt Honka, il quale, negli anni Settanta, ad Amburgo, ha ucciso – facendo i loro corpi a pezzi – un elevato numero di prostitute, tutte solite frequentare il bar Zum Goldenen Handschuh (da cui il titolo originale (Der Goldene Handschuh). Questo singolare luogo (dalle tende rigorosamente chiuse perché “ai clienti non piace bere con la luce del sole”) sta a rappresentare – insieme a un angusto attico – il mondo del nostro Fritz, un uomo alcolizzato con seri problemi relazionali e che si è perdutamente innamorato di Petra, una giovane liceale che ha aiutato ad accendersi una sigaretta. Ma la ragazza, così come tutte le persone che di volta in volta incrociano il suo cammino, d’altronde, ci appare quasi come un’ombra, come una figura onirica: non sappiamo nulla di lei, che non sia ciò che lo stesso protagonista vede. La macchina da presa, di fatto, si concentra solamente – e volutamente – sul serial killer omettendo ogni dettaglio caratterizzante il mondo intorno a lui. Ciò che ci è dato di vedere – e di conoscere a fondo – è soltanto il bar da lui frequentato: un vero e proprio teatro in cui tutto il sottoproletariato della Amburgo degli anni Settanta dà sfogo alla vera parte di sé. Tale sottoproletariato, dal canto proprio, si contrappone alla figura della stessa Petra – chiaramente proveniente da una famiglia alto borghese – e alla famiglia di greci che abita nel medesimo palazzo del protagonista, così ben integrata e così apparentemente “perfetta” in confronto a quest’ultimo, che altro non fa che incolpare i propri vicini di essere degli “stranieri incivili”. Ed ecco che, pur concentrando tutta la sua attenzione su un unico personaggio e sul suo piccolo, angusto mondo, Fatih Akin riesce particolarmente bene a tracciare il ritratto della società di un’epoca, senza, però, voler emettere sentenza in merito.
Ciò che è particolarmente interessante all’interno della messa in scena – e per quanto riguarda l’aspetto degli omicidi stessi – è il fatto che il regista abbia volutamente omesso necessarie indagini in merito, unitamente allo stesso intervento della polizia (soprattutto per quanto riguarda il ritrovamento del primo corpo o le misteriose sparizioni di donne che frequentavano il locale. Ciò perfettamente si addice anche alla percezione che lo stesso Fritz Honka – perennemente ubriaco e con seri problemi di alcolismo – ha del mondo stesso: è a fuoco ai suoi occhi soltanto ciò che gli si para davanti. Tutto il resto è destinato a sparire nel nulla o a non essere per niente notato. Persino la giovane Petra, altro non fa che uscire di scena senza nemmeno che la macchina da presa si degni di dedicarle un’ultima inquadratura. Questo è, in tutto e per tutto, il film di Fritz Honka (e del suo bravo interprete Jonas Dassler). Non v’è spazio per nessun altro. E, cosa ancora più importante, questo è il film che sancisce il ritorno del Fatih Akin che anni fa ci aveva fatto innamorare. Del Fatih Akin crudele e spietato di La sposa turca (2004), ma anche del Fatih Akin ironico e divertito di Soul Kitchen (2009). Finalmente!

Marina Pavido

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