Guarda in alto

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Sopra i tetti di Roma

Capita spesso, purtroppo, di imbattersi in prodotti cinematografici nostrani che tendono a somigliarsi più o meno tutti in modo alquanto pericoloso. Capita, a dir la verità, fin troppo spesso. Sarà che, a quanto pare, nel nostro paese si ha ancora troppa paura a investire sul nuovo, a tentare nuove strade e nuovi linguaggi. Eppure, quando ciò inaspettatamente accade, ci si può aspettare anche delle gran belle sorprese. Questo, ad esempio, è quanto è avvenuto con il lungometraggio Guarda in alto, opera prima di Fulvio Risuleo. E lo stesso Risuleo, classe 1991, ha già dimostrato al mondo intero, nonostante la sua giovane età, un notevole talento per la settima arte, ottenendo importanti consensi al Festival di Cannes grazie ai cortometraggi Lievito Madre (2014) e Varicella (realizzato nel 2015 e premiato alla Semaine de la Critique). Questo suo lavoro, dunque, si è rivelato, più che un semplice promettente inizio, un’ulteriore conferma delle valide potenzialità del giovane cineasta, il quale, a sua volta, pur avendo attinto a piane mani da ciò che autori da lui particolarmente amati hanno già realizzato in passato, è riuscito a dar vita a un piccolo (e teneramente imperfetto) gioiellino con una forte personalità.

La storia qui messa in scena, dunque, è quella di Teco (interpretato dal giovane Giacomo Ferrara), il quale lavora in un forno e stacca soltanto in tarda mattinata. Un lavoro, il suo, troppo monotono per il suo carattere. E infatti, un giorno, durante una pausa spesa a fumare una sigaretta sul tetto insieme ai suoi colleghi, dopo aver visto un misterioso gabbiano schiantarsi apparentemente pochi tetti più lontano, sarà attirato a tal punto dalla curiosità di scoprire cosa sia successo in realtà, che inizierà ad avventurarsi per le cime degli edifici romani, ritrovandosi, di volta in volta, coinvolto in vicende al limite del surreale e del paradossale, tra suore intente a scambiarsi reliquie tramite finti uccelli viaggiatori, bambini con addosso singolari maschere a caccia di gabbiani e un’affascinante paracadutista proveniente direttamente dalla Francia.
Sono, appunto, i toni spiccatamente naïf e i singolari episodi messi in scena a farci immediatamente pensare a cineasti come Michel Gondry o Jean-Pierre Jeunet, ma anche allo scrittore William Golding e al suo “Il Signore delle Mosche”. Eppure, malgrado le chiare influenze dei presenti nomi, Guarda in alto ha un modo di essere tutto suo e, imperfetto dal punto di vista dello script in alcuni momenti prossimi al finale (soprattutto a causa della naturale difficoltà di portare avanti una sceneggiatura così bizzarra), si fa a suo modo sentito inno all’importanza di ricordare di essere stati bambini, evitando, dunque, di perdere di vista il valore del tempo e dei momenti che ogni giorno dovremmo ritagliare per noi stessi. Il percorso del nostro eroe, dunque, rispecchia in tutto e per tutto la struttura della favola di Propp, alla costante ricerca, in questo caso, di qualcosa di ancora indefinito, ma di cui, pian piano, inizia a prendere consapevolezza dopo aver vissuto importanti prove in prima persona. Un viaggio di formazione, dunque, il suo. Un viaggio di formazione che vede come scenario proprio i tetti di Roma, con la loro apparente freddezza e il loro intrinseco lirismo.
Ed ecco che questa opera prima di Risuleo si fa immediatamente una tenera favola metropolitana, prodotto assolutamente unico nel suo genere all’interno del panorama cinematografico nostrano. Un lungometraggio che, cosa ancor più importante, ci fa ben sperare nella voglia dei produttori di dar vita, una volta tanto, a qualcosa di sinceramente fresco e innovativo.

Marina Pavido

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