Good Kill

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7.0 Awesome
  • voto 7

In Frame

Ecco un’opera cinematografica alla quale potrebbe giovare un’analisi compiuta a mente maggiormente fredda, cioè a distanza di quasi due anni dalla sua presentazione nel Concorso Ufficiale della Mostra del Cinema di Venezia 2014. Good Kill di Andrew Niccol si potrebbe definire, con uno dei termini scarni e riduttivi che si usavano una volta, un film “da dibattito”. La scommessa dell’ottimo autore rivelatosi con Gattaca nell’ormai distante 1997 era di quelle oltremodo rischiose: affrontare la scottante tematica della guerra “intelligente” al terrorismo, quella ormai combattuta dall’esercito statunitense prevalentemente attraverso l’utilizzo dei droni, osservata attraverso lo sguardo di un ex pilota militare, il maggiore Thomas Egan (un giustamente accigliato Ethan Hawke), “retrocesso” dalla prima linea al controllo dei droni suddetti da una base militare vicina a casa sua, in territorio americano.
Assolutamente comprensibile la scelta di Niccol di mantenersi sul filo della più spericolata ambiguità, evitando di incappare nelle trappole ideologiche disseminate in modo continuo per tutto il percorso narrativo. Ammirevole anche la rinuncia in partenza a quei vezzi formali invece ben presenti in altri suoi lavori – ad esempio Lord of War (2005) – che in questo caso avrebbero in qualche modo provveduto a dissimulare l’autentico oggetto della discussione: quello del diritto/dovere dell’uomo di uccidere suoi simili per proteggere il proprio paese. Letto in questa chiave Good Kill pare il contraltare tecnologico del coevo American Sniper, senza però che alcun eroe o pseudo tale si affacci alla ribalta della storia. Tutto è freddo, metodico, sistematico. Alienante. Non a caso, nel film, il colonnello Jack Johns (l’eccellente Bruce Greenwood) invita a più riprese le reclute a mantenere psicologicamente ben definito il confine tra virtualità e realtà, non trattandosi di videogame ma di conflitto con vittime del tutto reali. Nonostante tali premesse viene ovviamente soffocata sul nascere la capacità di libero arbitrio da parte del singolo individuo, impossibilitato alla scelta poiché obbligato all’obbedienza nei confronti di ordini superiori. Nemmeno troppo casualmente Good Kill ha subito le medesime accuse di orientamento politico a destra del film di Clint Eastwood: del tutto immotivate perché il lungometraggio di Niccol mette in discussione la presunta “bontà” della guerra cosiddetta giusta dalla prima all’ultima sequenza. Mentre il desiderio del protagonista di tornare a volare per continuare a provare “quella sensazione di costante pericolo” in grado di farlo sentire ancora vivo non rientra nell’ambito dell’edonismo da “top gun” bensì in quel discorso sull’assuefazione che provoca il confronto bellico già magnificamente illustrata da Kathryn Bigelow nel suo splendido e pluripremiato The Hurt Locker (2008). Aggiungiamo poi che pochissime opere hanno invitato alla riflessione teorica sull’immagine come Good Kill. Sul campo visivo e sul fuori campo che entra improvvisamente nel quadro facendo scattare pulsioni di ordine etico e morale. Bersaglio visualizzato e agganciato, in un remoto paese lontano come l’Afghanistan; il pulsante viene spinto ma due bambini in bicicletta entrano subito dopo nel raggio d’azione. Vittime collaterali di una guerra necessaria al proprio paese oppure piccoli innocenti caduti per puro e semplice zelo propagandistico?
Si fosse concentrato solamente su tali, quintessenziali, elementi, Good Kill sarebbe stato un film maledettamente efficace. Purtroppo, biforcandosi narrativamente nel malessere famigliare del protagonista conseguente alla condivisibile incapacità di accettare una determinata situazione, l’ultima fatica del cineasta di origine neozelandese scivola nel melodramma piuttosto convenzionale, zavorrando di parecchio i ritmi già di per sé meditativi – per comprensibile scelta autoriale – del film. Sebbene l’ultima sequenza torni a riproporre un altro interrogativo fondamentale, perfettamente consequenziale all’altro poc’anzi menzionato: può un omicidio, peraltro effettuato a distanza di migliaia di chilometri e basandosi solo sulla nuda immagine, avere qualche parvenza di liceità morale? Vedere Good Kill e discuterne senza preconcetti ci pare già un atto radicalmente progressista nel senso più puro del termine. Anche perché Andrew Niccol ha lanciato un sasso e non ha nascosto affatto la mano, come si sarebbe portati a credere dopo una prima, sommaria, visione del film.

Daniele De Angelis

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