Fratelli nemici

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Destini incrociati

Come spesso accade chi è nato e vive in un luogo ha una percezione ben diversa da chi sa di determinati fenomeni dall’esterno. David Oelhoffen, da francese, sceglie con Frères ennemis (traduzione fedele nella versione italiana: Fratelli nemici) di fare il suo ritratto molto lucido della banlieu parigina, attraverso una storia di rapporti umani e di destini separati per poi reincontrarsi.
Si parte subito con un’irruzione delle teste di cuoio ed è in quella circostanza, all’opera, che ci viene presentato Driss (il bravo Reda Kateb), il quale sta conducendo un’operazione delicata annessa al traffico della droga. Fuori delle mura del carcere c’è Manuel (un Matthias Schoenaerts che non delude le aspettative) intento a giocare a calcio con il suo bambino e un amico. La sceneggiatura (scritta a quattro mani insieme a Jeanne Aptekman) punta a contestualizzare i due protagonisti facendoci prima intuire e poi entrare pian piano nel rispettivo mondo anche relazionale: il primo ha una figlia adolescente e vive per il lavoro; il secondo ha subito le conseguenze della strada intrapresa (e sostenuta) con la separazione dalla compagna (un sottotesto che non viene completamente esplicitato, ma è deducibile) ed è molto inserito nella comunità multietnica. Manuel sta preparando un grande affare con l’amico Imrane (Adel Bencherif), ma non sa che questi è un collaboratore di giustizia. Quando tutto sembra andar in porto, gli uomini subiscono un agguato e l’unico a salvarsi è proprio il nostro co-protagonista, con una tensione nella scena che cresce a vista d’occhio, nascondendoci e correndo con lui. È questo il fatto scatenante che porta il destino a far reincontrare i due uomini, spinti dalla necessità di sopravvivenza. Manuel si rende conto che l’ambiente di cui si fidava è più insidioso di quanto pensasse e che chiamare “fratello” o esser chiamato “figlio mio” non è fino in fondo sinonimo di affetto e protezione, può esserci una “legge” che va ben oltre.
Oelhoffen prende gli elementi centrali del polar personalizzandoli e facendoli vivere sullo schermo grazie a delle meritevoli prove attoriali e a un ritmo ben calibrato, senza, però, allargare troppo l’orizzonte oltre certi codici già noti. Si riesce – in particolare in alcune scene – a passare senza soluzione di continuità da momenti di riflessione su se stessi e l’altro (emblematici, soprattutto, gli sguardi di Driss che si perdono in un silenzio meditativo e quelli affettuosi e, al contempo, dolorosi di Manuel verso coloro che teme di perdere) a un’azione ben serrata.
L’attaccamento viscerale al luogo della loro infanzia emerge nelle sfumature più noir, senza filtri e sarà determinante per l’evoluzione delle rispettive vite; senza dubbio il lungometraggio mostra con credibilità la complessità di una realtà non facile in cui la psicologia personale e sociale sono messe a dura prova, in primis dai codici d’onore.
Può esistere una fratellanza al di là del ruolo che si ha e del legame di sangue? La risposta (ovviamente soggettiva del regista – ma, immaginiamo, abbastanza realistica) la lasciamo alla visione di Frères ennemis. Il film, dopo esser stato presentato in Concorso alla 75esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, sarà distribuito nelle sale da Europictures.

Maria Lucia Tangorra

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