Freaks Out

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

I fantastici quattro

Per coloro che non avessero visto Freaks Out all’anteprima mondiale lo scorso 8 settembre alla 78esima Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia, laddove è stato presentato in concorso, l’attesa è finita. Dopo tre anni dall’annuncio dell’inizio delle riprese, al quale sono seguiti una lunga fase di post-produzione e un rinvio dell’uscita (inizialmente fissata al 16 dicembre 2020) causata dalle note cronache pandemiche, l’opera seconda di Gabriele Mainetti arriva finalmente nelle sale dal 28 ottobre 2021.
Come al solito le aspettative sono direttamente proporzionali alla durata dell’attesa e nel caso del nuovo film del regista di Lo chiamavano Jeeg Robot è stata più lunga del previsto, ma a conti fatti è valsa la pena pazientare. Il risultato è di tutto rispetto, merito soprattutto di una confezione di indubbia qualità tecnica e stilistica che gli permette di camminare a testa alta anche al di fuori dei confini nazionali. Con Freaks Out, il cineasta capitolino alza e di molto l’asticella rispetto alla pellicola precedente in termini di coefficiente di difficoltà, ambizione e spettacolarità. Tre ingredienti, questi, che caratterizzano la ricetta, permettendogli di competere e di strizzare l’occhio nel e al mercato globale. E infatti sono sufficienti i primi minuti, nei quali la magia del circo lascerà il posto all’orrore della guerra, a dettare le regole d’ingaggio per un prodotto che mette subito in mostra l’efficacia della messa in quadro e degli effetti speciali. Un binomio, questo, che consente di reggere l’impatto con lo schermo e il confronto con un pubblico sempre più esigente e intransigente. L’autore da questo punto di vista condisce le due ore e passa di timeline con una manciata di scene d’azione dal forte tasso di adrenalina che entrano a gamba tesa sulla tragedia storica di un period ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale. Il tutto alternando al dramma di fondo che scaraventa protagonisti e spettatori nella Roma occupata del 1943, tra deportazioni, rastrellamenti, imboscate e lotta partigiana, alle punteggiature balistiche e dinamitarde che riportano la mente al Bastardi senza gloria tarantiniano.
Detto questo, il film è l’occasione perfetta per Mainetti per continuare il percorso nel cinema di genere da lui intrapreso, portato avanti sin dai tempi dei pluripremiati cortometraggi, nel quale l’ibridazione dei filoni, la rivisitazione, i riferimenti cross-mediali (in particolare al mondo dei fumetti e dei manga) e le pennellate personali, hanno contribuito a forgiare un approccio visivo e drammaturgico chiaro e definito, oltre che una strada precisa da perseguire. Vedremo se da questa vorrà prima o poi staccarsi per esplorare nuove vie, ma nel frattempo godiamoci questa biglia impazzita scagliata nel flipper della produzione nostrana.
Anche sul versante tematico, Mainetti torna sui suoi passi e su concetti chiave già espressi in precedenza da altri colleghi che come lui alle varie latitudini hanno narrato vicende di “diversi ma speciali”, ossia uomini e donne per cui i (super)poteri sono al contempo un dono e una condanna. Da qui il volersi mettere sulla scia di esempi e mescolarli che vanno dagli X-Men ai freaks di Tod Browning e a quelli più recenti portati sullo schermo nel 2018 da Zach Lipovsky e Adam B. Stein. I quattro protagonisti di Freaks Out, circensi freaks (uomo lupo, uomo calamita, uomo insetto e ragazza elettrica) che sognano l’America ma che si trovano a lottare per la loro libertà e per quella del mentore ebreo che li guida, sono lo specchio che riflette una diversità che vuole essere una ricchezza, in una morale che ormai è ampiamente codificata, tanto da diventare impliciti nel menù dei sottotesti. Ciò toglie di default originalità alla storia narrata, ma questo è il prezzo da pagare quando si tirano in ballo filoni ormai alla portata di tutti e argomentazioni universali come la lotta tra il bene e il male, l’amicizia, l’amore, la pace e la guerra. Ciononostante il film riesce a tenere a sé lo spettatore, facendo leva su una progressione di eventi che seppur prevedibili riescono comunque ad appassionare. Un contributo alla causa lo danno in tal senso il ritmo impresso dal montaggio e dalla regia, oltre ad alcune performance attoriali, dove spicca quella della giovane Aurora Giovinazzo.

Francesco Del Grosso

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