Haiku on a Plum Tree

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8.0 Awesome
  • VOTO 8

Dal Giappone con amore

Presentato al 17° Ravenna Nightmare Film Fest, il film di Mujah Maraini-Melehi, delicato come un fior di ciliegio, è un viaggio nella memoria che incanta e tocca il cuore. Haiku on a Plum Tree (Haiku sull’albero del prugno) racconta la storia di Topazia Alliata e Fosco Maraini, nonni della regista, dallo sbocciare del loro amore all’avventura nella terra del Sol Levante.

Quello tra l’etnologo anglofiorentino Fosco e la pittrice siciliana Topazia è stato un incontro di anime libere; un amore da favola, coronato dal matrimonio nel 1935 e dalla nascita di tre figlie:
la maggiore, la nota scrittrice Dacia, nata a Firenze, e le due minori, Yuki e Toni (madre della regista) nate durante il periodo felice in Giappone. Nel 1938 infatti, la famiglia si trasferisce a Sapporo, nell’isola di Hokkaido, la più settentrionale dell’arcipelago giapponese, dove Maraini poté studiare gli ultimi discendenti della popolazione Ainu e dove nasce Yuki. Successivamente, si spostano a Kyoto e a Tokyo, dove nel 1941 nasce l’ultimogenita Toni. È a Tokyo che li raggiunge la notizia dell’armistizio italiano; fedele al Patto tripartito, il Giappone rimarrà alleato di Mussolini e della neonata Repubblica Sociale Italiana. La famiglia Maraini, come tutti gli italiani residenti in Giappone, si troverà dunque davanti ad una scelta: firmare o no per la Repubblica di Salò. Interpellati separatamente, entrambi gli sposi, fedeli ai loro principi di libertà, rifiuteranno, inconsapevoli delle terribili conseguenze. Sarà infatti l’inizio di una dura prigionia nel campo di Nagoya, dove furono internati insieme alle figlie per circa due anni. Una curiosità: in questi casi, per le bambine c’era una alternativa all’internamento: essere mandate in orfanotrofio; Topazia scelse di tenere la famiglia unita, e, nonostante i sacrifici, fu una scelta a posteriori giusta, in quanto l’orfanotrofio in questione verrà distrutto da un bombardamento alleato.

Haiku on a Plum Tree è un racconto intimista, delle sofferenze e della grande forza dimostrata da una famiglia privata della libertà e provata dagli stenti, del coraggio di Fosco di recidersi la falange di un dito per dimostrare il proprio valore ai giapponesi ed ottenere così condizioni di vita migliori per se e per la sua famiglia, ma è anche un viaggio nella Storia; interviste ai protagonisti sopravvissuti e documenti d’epoca si intrecciano con le marionette del maestro burattinaio Basil Twist, uno dei più importanti master – puppeteer al mondo, a mostrare l’universalità della storia raccontata.

La regista ha scelto infatti il teatro come mezzo per la sua narrazione, per la sua capacità di raccontare storie epiche; nella fattispecie, il giapponese Bunraku, nato dalla fusione avvenuta nel XVI secolo di due arti ben distinte: la narrazione dei testi epici accompagnati dalla musica dello shamisen, tipico liuto a tre corde, e la manipolazione dei burattini da parte di artisti itineranti. Nel film si aprono e chiudono scenografie con gli schermi usati nel teatro Bunraku, mentre i burattini di Twist proiettano le immagini personali della regista; e come in una costellazione familiare, è proprio una marionetta ad impersonare nel racconto la zia della regista, la figlia più piccola Yuki, morta prematuramente a 56 anni. Così il film di Mujah Maraini-Melehi assume tinte oniriche e la realtà si fonde col sogno, e la drammaticità della storia viene narrata con leggerezza e tenerezza, sostenuta dalla musica intensa e partecipativa di Ryuichi Sakamoto.
La prigionia della famiglia Maraini si conclude in un secondo campo, dove le bambine possono giocare e dove intravedono uno spiraglio di libertà; finita la guerra, si rendono conto di quanto anche i giapponesi abbiano sofferto, con i bombardamenti prima e l’atomica alla fine, a simboleggiare l’orrore che ogni guerra porta con sé da ambo le parti. Il ritorno in Italia è un ritorno a casa per Topazia e Fosco; non così per la madre della regista, Toni, nata nella terra del Sol Levante: sradicata da quella che era per lei casa, il suo è un addio triste ma definitivo.
Il viaggio alla ricerca del passato di Mujah Maraini-Melehi si conclude nel campo di Nagoya; ma in Giappone i luoghi scompaiono: oggi il campo di prigionia non esiste più. Fuori da quello che è stato teatro di tante sofferenze però, la regista fa un incontro speciale: tre bambini, che diventano per lei una rappresentazione vivente delle bambine Maraini al tempo della prigionia. E, a riconciliazione con il passato, uno di loro le offre una patata: come quella che nel tempo del duro internamento un poliziotto buono offrì a sua madre, la piccola Toni.

Michela Aloisi

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