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Heysel 85

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VOTO: 7,5

Un’insolita prospettiva

In molti ricorderanno la (tristemente) famosa strage dell’Heysel, avvenuta il 29 maggio 1985 presso l’omonimo stadio di Bruxelles, durante la finale della Coppa dei Campioni che vedeva scontrarsi la Juventus contro il Liverpool. Durante questa particolare occasione, e prima dell’inizio della partita, alcuni tifosi del Liverpool attaccarono altri tifosi juventini situati in un settore vicino al loro, provocando la morte di decine di persone e ferendone più di seicento. Un evento del genere, comunque gestito in modo discutibile, ha fatto notizia, come ben possiamo immaginare, in tutto il mondo. E anche il cinema, di fatto, ha voluto dire la sua in merito. Pochi anni dopo, per la precisione nel 1988, infatti, il regista Marco Tullio Giordana ha realizzato il lungometraggio Appuntamento a Liverpool. Ma cosa accadrebbe, però, se il tutto venisse osservato e raccontato attraverso gli occhi di una donna? Ed ecco che, oltre quarant’anni più tardi, possiamo finalmente vederlo con i nostri occhi. Alla 76esima edizione del Festival di Berlino, infatti, la regista rumena naturalizzata belga Teodora Ana Mihai ha presentato, all’interno della sezione Berlinale Special Gala, Heysel 85, la sua ultima fatica, che ci mostra, appunto, gli eventi attraverso una particolare prospettiva.
Protagonista di Heysel 85, infatti, è Marie Dumont (impersonata da Violet Braeckman), addetta stampa e figlia del sindaco di Bruxelles, la quale, dovendo fare le veci di suo padre, ormai già ubriaco prima dell’inizio della partita, avrà il compito non solo di fare da interprete tra italiani, inglesi e belgi, ma anche di gestire varie situazioni d’emergenza. Nel frattempo, il giornalista italiano Luca Rossi (Matteo Simoni) dovrà documentare quanto sta accadendo, ma cercherà in tutti i modi di scoprire che fine abbiano fatto il suo fratellino, suo padre e suo zio, anch’essi presenti in tribuna per poter assistere alla partita.
Co-prodotto anche dai fratelli Dardenne, Heysel 85 ci racconta, dunque, gli eventi attraverso un punto di vista del tutto particolare e ben lontano da come potrebbero essere solitamente messe in scena situazioni del genere. La regista, infatti, ha adottato la coraggiosa (e anche alquanto rischiosa) scelta di mostrarci il tutto esclusivamente dal punto di vista della protagonista, in modo che noi stessi, nel corso della visione, possiamo immedesimarci con lei, in modo che anche noi, proprio come lei, scopriamo man mano cosa sta succedendo. E il fatto di vedere solo raramente con i nostri occhi i reali danni, i feriti e i corpi delle vittime (momenti, questi, crudi ed estremamente umani allo stesso tempo) rende il tutto, se vogliamo, ancora più inquietante e carico di tensione. In poche parole, il fuori campo – come già da tempo ci ha mostrato il grande Fritz Lang – funziona sempre in situazioni del genere.
La macchina da presa di Teodora Ana Mihai (adoperata rigorosamente a spalla) si muove agile per i corridoi dello stadio, concentrandosi spesso e volentieri sui primi piani dei singoli personaggi o, nelle scene maggiormente d’impatto, proprio sulla protagonista, mentre è intenta a correre da un ambiente all’altro. Al contempo, le riprese in pellicola (altra soluzione vincente adottata dalla regista) ben si armonizzano con i reali filmati di repertorio, dandoci immediatamente un’impressione di continuità e rendendo l’intera messa in scena estremamente fluida e credibile.
Heysel 85, dunque, è una vera e propria sorpresa di questi primi giorni di festival. Un film che rifiuta ogni convenzione nel mostrarci eventi drammatici, adottando un linguaggio tutto suo e rivelando, così, una propria, ben marcata personalità. E al termine della visione possiamo finalmente dire a gran voce: “dietro a grandi uomini ci sono sempre grandi donne”.

Marina Pavido

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