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The Wall

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VOTO: 6.5

Barriere insormontabili

Mariusz è un ragazzo sveglio cresciuto in fretta, che ora a voglia di riscatto e indipendenza. Così, dopo aver lavorato alla costruzione di un nuovo condominio in città, decide di prendere in affitto un appartamento proprio lì. Lascia la vecchia casa popolare dove finora ha vissuto con la madre depressa, e con cui non è mai andato d’accordo, e cerca di tagliare i ponti con il passato. Un passato fatto anche di espedienti e attività illegali. Nel nuovo palazzo conosce Agata, giovane madre single e pensa di potersi innamorare; e magari, chissà, di avere una famiglia tutta sua. Ma la vita che con lui non è mai stata generosa, rischia di azzerare presto le sue ambizioni. E Mariusz, dopotutto, si rende conto che forse non è ancora pronto per saltare oltre quel muro.
Plot alla mano ci si accorge subito su cosa un film come Mur/The Wall vuole andare a puntare, come intende farlo e a chi vuole rivolgersi. L’opera prima di Dariusz Glazer, presentata in concorso alla 34esima edizione del Bergamo Film Meeting, è un dramma a sfondo sociale che affronta una serie di tematiche familiari al pubblico e ricorrenti nel filone di appartenenza. Si appoggia a situazioni e personaggi, a cominciare dal protagonista e dalle sue azioni, che hanno dei cromosomi comuni a tante altre vicende analoghe. Per cui, la presenza e il ricorso ad elementi che appaiono stereotipati, abusati e già visti innumerevoli volte, fanno parte di un disegno drammaturgico ben preciso e non di una scrittura colpevolmente superficiale e pigra, priva di originalità e incapacità di personalizzare.
La pellicola del cineasta polacco è una storia di riscatto sociale, di legami affettivi e sentimentali, di confronto generazionale, di crisi economica e lavorativa, ma soprattutto di lotta di classe. Temi, questi, che possono essere compresi e condivisi a tutte le latitudini, perché parti integranti della Società odierna, non solo di quella polacca dove è ambientato il film. Grande spazio all’interno dello script è dato al crescente divario tra ricchi e poveri. In tal senso, il titolo è già di per sé una lettera d’intenti spedita al pubblico prima della visione, con il “muro” a simboleggiare metaforicamente la barriera insormontabile che li separa. Mariusz prova con tutte le forze ad abbatterla, entrando in contatto quotidianamente con i due “mondi” e con la gente che li popola: l’appartamento nel moderno condominio in città dove ha deciso di trasferirsi e dove ha modo di frequentare Agata (figlia di un ricco architetto), contrapposto alla vecchia casa popolare in periferia dove deve prendersi cura della madre malata. Prevedibile che questi due “universi” non riusciranno a coesistere, ma lasciamo alla visione il compito di mostravi come e perché.
La lettura e la codifica immediata dei temi presenti nel film e delle intenzioni per fortuna non moralistiche che vi sono dietro, fanno di Mur un’opera facilmente accessibile a una platea vasta ed eterogenea. Non si tratta di un prodotto popolare nell’accezione negativa del termine, ma di un modo di approcciarsi alle materie, alle dinamiche, ai personaggi, e di come tutto questo viene veicolato al destinatario. L’universalità è un aspetto chiave dell’opera e anche uno dei suoi punti di forza. È chiaro il desiderio di Glazer di voler creare un “ponte” tra ciò che scorre sullo schermo e coloro che ne fruiscono. Ciò permette al destinatario di turno di guadagnare una posizione attiva e non più solo passiva. In tal senso, l’elemento di connessione è l’immedesimazione e la catarsi del singolo spettatore nei confronti della storia e dei personaggi che la animano, in particolare del protagonista e delle sue vicissitudini quotidiane, umane, sentimentali ed esistenziali.
La scelta di allargare lo spettro drammaturgico del racconto a più argomentazioni ha però delle controindicazioni. Genera, infatti, una saturazione e un punto di stallo nello script. In alcuni frangenti si nota proprio una non perfetta gestione delle argomentazioni, alcune delle quali aperte ma non sviluppate quanto dovuto; una su tutte la relazione nata tra Mariusz e Agata. Al contrario, ci sono altre linee narrative che appaiono meglio approfondite, disegnate con traiettorie decisamente più complete che sfociano in un’evoluzione, come nel caso del rapporto e del legame tra madre e figlio (torna alla mente James White di Josh Mond).
Ben altra situazione, invece, per la componente visiva e per il lavoro dietro la macchina da presa di Glazer che mette la propria firma su un’opera diretta con mano sicura e grande capacità tecnica: regia, fotografia e montaggio restituiscono sullo schermo tutto il rigore e la professionalità della scuola polacca. Da segnalare, la cura nell’utilizzo di diverse focali e il pregevole gioco di riflessi sulle superfici specchiate che genera eleganti controcampi.

Francesco Del Grosso

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