Du temps perdu

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8.0 Awesome
  • voto 8

Attraversando la porta

La tecnica dello stop motion – usata oggi prevalentemente nel cinema d’animazione, mentre in un passato ormai purtroppo remoto arricchiva gli effetti speciali di mirabolanti opere di fantasia, con il mitico Ray Harryhausen a primeggiare come nume tutelare – più che una semplice modalità di messa in scena rappresenta un’autentica filosofia artistica. Lo sa bene Wes Anderson, il quale l’ha scelta per i suoi due lungometraggi (Fantastic Mr. Fox del 2009 e il recente L’isola dei cani) animati poiché foriera di un fascino antico sprigionato non solo dalle idee narrative di partenza, ma anche dal certosino lavoro artigianale che risiede a monte della realizzazione. Un’ideale terra di confine dove l’immaginazione si sposa alla poesia nella sua proiezione più pura.
Confessiamo dunque di provare un’immediata simpatia per i lavori che utilizzano il cosiddetto “passo uno” – sinonimo italiano di stop motion, a significare il movimento realizzato mediante lo spostamento di pupazzi fotogramma per fotogramma – in quanto passe-partout verso mondi fantastici ormai desueti per spettatori abituati alla asettica perfezione delle nuove tecnologie digitali. Elogi quindi in un certo senso preconcetti al gruppo King’s Magicians (Jacopo Aliboni, Simone A. Tognarelli e Maurizio Fontanelli) per aver scelto questo modello realizzativo riguardo al cortometraggio intitolato simbolicamente Du temps perdu. Ma c’è ovviamente dell’altro, oltre il sentimento nostalgico che provoca la visione. Perché davvero quello che si potrebbe con facilità etichettare come un riuscito omaggio all’arte surrealista del maestro ceco Jan Švankmajer, in realtà nasconde sotto la patina riverente un testo filosofico non di poco conto, assimilabile ad un sottile lavoro sull’inconscio di stampo lynchiano.
Privo ovviamente del conforto di una trama logica e convenzionale, il fruitore osserva stupefatto in crescendo “rossiniano” la rappresentazione di un Caos che pare sì generato dagli effetti alcolici dovuti al bere continuativo da una fiasca di vino da parte del primo personaggio entrante sul proscenio; ma in realtà, a formarsi sotto lo sguardo dell’osservatore, è una sorta di metafora esistenziale su quella che potrebbe essere la vita di chiunque di noi vista a posteriori. Un susseguirsi frenetico di incontri, situazioni in cui si è chiamati ad operare scelte quasi mai facili per poi approdare ad inoppugnabili verità quando ogni cosa si è alfine compiuta e l’essere umano risulta “nudo” quanto il suo semplice muscolo cardiaco ancora pulsante. E il tempo perduto si definisce come tale, rigettando impietosamente qualsiasi prospettiva di futuro.
Du temps perdu, in meno di dieci minuti di durata, riesce a farsi apologo dell’insondabile, inesauribile, imperfezione umana. Animata da una sete (in tutti i sensi possibili!) di ricerca che può essere assieme estremo atto di coraggio e vigliacca via di fuga. Nel nome di una contraddizione talmente insita nel nostro patrimonio genetico da non poter essere in alcun modo violata.
Avevamo già apprezzato, sulle nostre pagine virtuali, il cortometraggio di Simone A. Tognarelli intitolato A New Born: una visione che lasciava presagire sviluppi molto interessanti per il futuro. Adesso che abbiamo un idea ancora più concreta, con Du temps perdu, sull’evoluzione di tali progetti, possiamo riconoscere di non esserci sbagliati. Poiché sussiste un evidente filo conduttore a legare affilate schegge di cinema che si ricompongono, quasi miracolosamente, ad una visione comparata. Non resta che attendere ulteriori tasselli di un mosaico davvero stimolante.

Daniele De Angelis

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