Cafarnao

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5.0 Awesome
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Bambini, armati e disarmati

Presentato in Concorso al Festival di Cannes 2018, Cafarnao (in originale Capharnaüm) è l’ultimo lavoro della regista libanese Nadine Labaki, cineasta che si è fatta conoscere proprio sulla Croisette, anche se nella Quinzaine des Réalisateurs, nel 2007 con Caramel. Una finora breve carriera dove sono chiari i pregi ma anche i tanti limiti della filmmaker, che vuole comporre un ritratto del suo paese, dove sono forti i divari sociali e i contrasti culturali e religiosi, scadendo spesso però in facili e vuoti estetismi e schematismi. Era così Caramel che, nell’ambizione di fornire un ritratto della variegata condizione femminile in Libano, finiva in uno stucchevole e caramellato film da circuito d’essai nostrano. Non diverso il secondo film della regista E ora dove andiamo? teso a raccontare le differenze culturali del paese, ma inserendosi nel solco già rodato di opere come La sposa siriana. Con Capernaum sposta le coordinate, ma forse sono queste a essersi spostate, dopo la seconda guerra del Libano, sulla parte più misera della società libanese, quella degli slum, dei quartieri poveri dove la vita si fonda sulla lotta per la sopravvivenza.

Nel raccontare del dodicenne Zain e della sua sorellina e della loro odissea, Nadine Labaki, cade ancora in tutti i cliché possibili, e l’impressione che se ne ha è quella non propriamente di un film di denuncia neorealista delle condizioni disagiate di alcuni strati sociali della popolazione libanese, quanto di stare fornendo a un pubblico occidentale esattamente quello che vuole vedere, secondo gli stereotipi che sono ormai stati assimilati. Tutto sembra appartenere a un campionario terzomondista che prevede l’immigrazione clandestina, l’infanzia bistrattata, il commercio di bambini, i lavoratori migranti, le spose bambine, ecc. Il punto centrale, e si sarebbe potuto soffermarsi solo su quello, è la condizione delle persone prive di documento, di fatto non schedate dallo stato per cui non esistono, e non hanno quindi né diritti né accesso ai servizi. Manca tuttavia un qualsiasi straccio di approccio analitico, tutto è buttato lì come pugno nello stomaco, ma gratuito. Non si può certo contestare la denuncia di fatti così gravi. Ma è lecito e doveroso metterne in dubbio la sincerità, e il modo in cui viene fatta.
Lo scopo di Nadine Labaki è quello di farci sprofondare in un golgota, ma ancora una volta di estetismo si tratta. Due sequenze del film, brevi, tuttavia si discostano dalla sensazione generale. Si tratta di due carrellate aeree, degli slum di Beirut, ottenute con drone. Due riprese sensazionali e di grande effetto. Nella prima i palazzoni decrepiti che si susseguono fino all’infinito, tutti uguali. Nella seconda un altro quartiere, sempre con un senso di degrado estremo, dove però si vedono antenne paraboliche sul tetto di ogni casa, segno di un ennesimo contrasto tra povertà e accesso a servizi, almeno di un determinato tipo. Bastano queste due sequenze a dire tutto e il film, per quanto non avrebbe senso nella concezione di cinema corrente, potrebbe essere fatto solo di queste. Immagini peraltro vere per la loro stessa natura, degne di un reportage fotografico. Ma alla narrazione si deve pur cedere, anche con l’escamotage di strutturarla in flashback nell’aula di un tribunale dove Zain cita a giudizio i suoi genitori per avergli dato la vita, secondo una frase a effetto che campeggia in tutto il materiale pubblicitario del film. Un’aula che pure, nelle varie sequenze in cui torna, si dimostra insensibile alla condizione del bambino.
Rimane il lavoro fatto su Al Rafeea, il bambino che interpreta Zain, mettendo in scena se stesso, la sua condizione di bambino di strada, così come altri personaggi sono presi dalla vita vera, scovati dalla regista. Non si poteva allora farne un documentario in forma di inchiesta o interviste? Sarebbe stato sicuramente più efficace.

Giampiero Raganelli

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