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Down the River

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VOTO: 8

Conflitti, sogni e aspirazioni trascinati dalla corrente

La produzione cinematografica dell’Azerbaijan non può definirsi né così rilevante, sul piano squisitamente numerico, né così facilmente reperibile sugli schermi dei paesi occidentali. Eppure capita, ogni tanto, di imbattersi in qualche bel film proveniente dalla piccola nazione caucasica. Fu così per The Yellow Bride. Girato nel 1999 e portato in giro l’anno successivo per diversi festival europei, il lungometraggio diretto da Yaver Rzaev non razionava certo richiami simbolici e pregevoli soluzioni stilistiche, quasi un’eredità del vecchio cinema sovietico, nell’affrontare da un punto di vista dichiaratamente anti-militarista, umanista, contrario ai nazionalismi correnti, tutta l’assurdità e le amare conseguenze del conflitto tra azeri e armeni nel Nagorno-Karabakh. Tra le vetrine che possono ospitare film del genere vi è ovviamente Asiatica Film Mediale, manifestazione cinematografica attenta anche ai paesi asiatici dell’ex Unione Sovietica e alle loro spesso sorprendenti filmografie. Ed è così che l’edizione del festival da poco conclusasi ci ha regalato, tra le altre cose, la proiezione di Down the River (Axinla ashagi, in originale), pellicola azera su cui vale la pena soffermarsi un po’.

Ci sono elementi di assoluto interesse nel film di Asif Rustamov, cineasta classe ’75 che pare sia piuttosto apprezzato, nella natia Baku, non solo come regista ma anche come montatore, sceneggiatore e produttore. Uno di questi elementi è senz’altro il fiume. L’imponente corso d’acqua che fa qui da sfondo a dolorose vicende famigliari ha un suo peso, nella costruzione di Down the River, sia come presenza fisica, in quanto elemento paesaggistico ricorrente in modo quasi ossessivo, sia per quella valenza simbolica e metaforica cui la difficoltosa elaborazione del lutto da parte dei protagonisti pare correlata, sebbene con toni a volte enigmatici e obliqui.
Almeno all’inizio il film di Rustamov non lascia trapelare quanto la svolta drammatica possa essere forte, in seguito, mimetizzandosi quasi da film sportivo: assistiamo infatti al conflitto caratteriale tra un ragazzo dall’animo sensibile, introverso, ed il padre Ali, che lo allena assieme al suo equipaggio per prepararlo a gare di canottaggio internazionali. Ma proprio col figlio Ruslan il rude genitore si mostra sempre insoddisfatto, aggressivo, capace solo di pungolarne con rabbia un forse poco sviluppato spirito agonistico. Ed è questa natura di “padre padrone” ad emergere anche nei rapporti domestici, con una moglie quasi rassegnata al suo ruolo subalterno, che forse sospetta già di essere stata scavalcata a livello affettivo da un’amante che, di quell’uomo, condivide peraltro gli interessi sportivi.
Le tensioni rimaste fino ad allora sottotraccia sono destinate a venire in superficie, proprio nel momento in un corpo scompare (o si presume sia scomparso) sotto le acque: difatti nel giorno di un’importante sfida con altre nazionali Ali decide di sostituire il figlio, nella cui maturità agonistica non ha alcuna fiducia, con un altro vogatore; così vediamo il giovane Ruslan vagare lungo le sponde del fiume, fino ad incontrare un gruppo di amici che lo sprona a tuffarsi insieme a loro, per raggiungere a nuoto l’altra riva. Lo perderanno ben presto di vista. E da quel giorno di Ruslan non si avranno più notizie…

Down the River, acquisendo d’un tratto atmosfere alla Antonioni tramite la sparizione del figlio e le conseguenti, diverse reazioni dei genitori alla sua assenza, diventa così la lunga e dolorosa preparazione di un lutto annunciato, ma non ancora certo (c’è chi dice che il ragazzo possa essere semplicemente scappato), che continua ad avere nell’elemento fluviale il suo fulcro geografico e, al contempo, dell’anima.
In particolare il padre deve silenziosamente fare i conti tanto con un senso di colpa non confessato a nessuno, per via del temperamento orgoglioso, che con i vari nodi irrisolti di una vita lasciata scivolare nel grigiore, talvolta persino nel rimpianto di un’era sovietica (gli anni prima dell’indipendenza, ossia gli anni della gioventù) che assume quasi contorni mitici, nei racconti suoi e di altri vecchi amici. Succede così che il dramma intimo, personale, si rifletta sempre di più in una situazione di disagio condivisa, che coinvolge direttamente la famiglia di Ali ma può essere allargata anche a una nazione giovane e ancora in cerca di identità, divisa tra i ricordi della vecchia URSS (in questo anche i frequenti passaggi linguistici dal russo all’azero hanno una loro funzione strategica) e le tante incertezze del presente.
Il susseguirsi di passaggi fluviali ora maestosi, ora degradati, ora semplicemente stranianti, accompagna bene questa aspra ricognizione esistenziale, offrendosi come contraltare cui non difetta una certa potenza visiva.

Stefano Coccia

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