Diabolik

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

Ecco Diabolik ed Eva Kant

Benché Diabolik (2021) non abbia ancora ottenuto il responso del pubblico (positivo o negativo che sia) in sala, i Manetti Brothers stanno già dirigendo il sequel, con lo stesso terzetto d’attori; e addirittura hanno già pronto in cantiere il terzo capitolo. Una mossa sicuramente molto azzardata, soprattutto nell’ambito della produzione italiana, perennemente fragile a certi ambiziosi progetti a lungo termine; ma va anche tenuto in conto che ormai, oltre alle sale cinematografiche, ci sono le efficienti piattaforme digitali in streaming, che sono degli ottimi paracaduti distributivi, garantendo visibilità e certezze economiche. Pertanto questo Diabolik potrebbe essere recepito come se fosse un “episodio pilota” cinematografico e/o televisivo, anche perché in questo film/primo tassello, con una durata abbastanza “lunga”, oltre a mettere cinematograficamente in scena i fortunati elementi cardine del fumetto originario, si racconta la costituzione della famigerata coppia Diabolik ed Eva Kant.

Diabolik, personaggio creato nel 1962 dalle sorelle Giussani, è un’icona del fumetto italiano, al pari di Tex Willer (eroe del western) e Dylan Dog (eroe dell’horror). Esponente massimo del noir nostrano, Diabolik non è solamente un abilissimo e machiavellico ladro, ma anche un gelido assassino, che non ha nessuna remora di uccidere persone, uomini o donne che siano, pur di raggiungere il suo scopo. E benché abbia questa particolarità negativa, ovvero quella di uccidere, ha affascinato milioni di lettori, trasformandolo in un certo qual modo in “eroe”. Va anche messo in rilievo che i facoltosi miliardari che derubava, nascondevano quasi sempre qualche scheletro nell’armadio. Il fumetto, stampato in un perfetto formato tascabile, seguiva sempre l’usuale schema: preparazione metodica del colpo, bella donna da sedurre, effettuazione del colpo, e i tentativi dell’ispettore Ginko di arrestarlo. A questo funzionale schema si aggiungeva l’affascinante trovata dei travestimenti, di Diabolik e/o Eva Kant, tramite perfette maschere di lattice, che riuscivano a ricreare perfettamente i lineamenti della persona a cui sostituirsi. Lo straordinario successo editoriale, spinse l’americaneggiante Dino De Laurentiis a realizzare una trasposizione cinematografica che, qualora avesse ottenuto il medesimo esito commerciale del fumetto, sarebbe stata facilmente una lunga serie. Diabolik (1968) di Mario Bava, condensazione in meno di due ore di tutto il mondo creato dalle Giussani, purtroppo, non incontrò i favori del pubblico e della critica, sebbene il film contenga dei piccoli pregi visivi, e Ginko sia perfettamente interpretato da Michel Piccoli.

Pertanto i Manetti Brothers, con questa nuova trasposizione cinematografica, tratta dall’albo numero 3 (“L’arresto di Diabolik”, 1963 ), si ritrovano a doversi confrontare tanto con il fumetto quanto con la versione di Mario Bava. Operazione difficile, perché i due autori romani si confrontano con un’opera editoriale storica, entrata nell’immaginario collettivo. Devono mantenere quelle atmosfere e quegli umori creati dalle sorelle Giussani, e al medesimo tempo “rinnovare” la forma per il pubblico odierno, completamente a digiuno di quel mondo. I Manetti non seguono lo stile visivo del fumetto, ma raccogliendo tutto quel materiale lo adattano a una vera e propria estetica cinematografica, in particolare al cinema di genere, a loro tanto caro. Più che al Diabolik di Bava, pellicola più avvicinabile agli accattivanti stilemi di James Bond (a quel tempo personaggio cinematografico di punta, che diede origine a miriadi d’infimi sottoprodotti, anche nostrani), questo Diabolik 2021 è visivamente accostabile agli imperfetti – e di genere – Satanik (1968) di Piero Vivarelli e a Kriminal (1968) di Umberto Lenzi, anch’essi desunti dai fumetti, ambedue creati da Max Bunker. Quello che mantengono, invece, sono tutti i gustosi contenuti: la prassi dei furti, la riproposizione dei gadget (pentotal, maschere di lattice), le avvincenti fughe, e i fantasiosi nomi di luoghi e personaggi. Inoltre i Manetti, che costruiscono le fittizie città utilizzando squarci presi e assemblati da realtà urbane italiane (recuperando quella geografia cinematografica e metafisica utilizzata da Dario Argento), ambientano la storia negli anni ’60. Invece, nella scena in cui la Signora Morel (Claudia Gerini) porta due pregiati quadri nella banca di Ghenf, la cassetta di sicurezza che gli viene assegnata ha come numero il 1962, ossia l’anno di nascita del fumetto. Confronto più semplice è con la pellicola di Bava, anche se il Gimko di Valerio Mastandrea non è avvincente e convincente come quello incarnato da Michel Piccoli. Non bastano la pipa e i capelli impomatati per trasformare l’attore romano nello sfortunato e caparbio ispettore. Mentre Luca Marinelli e Miriam Leone, benché non riescano a trasmettere carisma, sono più agili rispetto agli ingessati John Philippe Law e Marisa Mell. Diabolik dei Manetti Bros. ha un inizio molto lento e tendente al ridicolo, facendo anche capire come manchi al cinema nostrano un parterre di caratteristi dal viso adeguato, ma tutto sommato è apprezzabile il rispetto del duo registico nei confronti del prototipo cartaceo, e a tratti il film è anche un piacevole divertissement. Sarebbe stata utile una sforbiciata alla durata, perché avrebbe giovato al fluire della trama.

Roberto Baldassarre

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