L’ultima spiaggia

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Ingressi separati

Per quest’anno non cambiare
 stessa spiaggia stesso mare
 per poterti rivedere
 per tornare per restare insieme a te
 e come l’anno scorso
 sul mare col pattino
 vedremo gli ombrelloni
 lontano lontano
 nessuno ci vedrà vedrà vedrà

Sarà banale quanto scontato, ma dopo aver visto L’ultima spiaggia è davvero impossibile impedire alla mente di riavvolgere le lancette del tempo sino al 1963, anno in cui Piero Focaccia lanciò la celeberrima “Stessa spiaggia, stesso mare”, scritta da  Edoardo Vianello e incisa anche da Mina nella medesima stagione discografica. Questo perché il documentario co-diretto da Thanos Anastopoulos e Davide Del Degan, unico rappresentato nostrano nella selezione ufficiale al Festival di Cannes 2016, in qualche modo sembra involontariamente rievocarlo, in primis per l’ambientazione balneare, poi per la voglia delle persone coinvolte di ritornare anno dopo anno in un luogo al quale, per un motivo o per un altro, sono legati. Attenzione, ciò non significa però che tra il brano e il suddetto film vi sia un legame genetico, ma una qualche flebile e lontana assonanza puramente evocativa e nostalgica si. Assonanze che non riguardano minimante le storie narrate e le persone che le animano, tantomeno le coordinate geografiche dove queste si sviluppano.
La location che è contemporaneamente cornice e protagonista del documentario si chiama ufficialmente Bagno comunale “La Lanterna”, ma per tutti, a Trieste, è semplicemente “el Pedocìn”: una spiaggia popolare, in pieno centro, divisa in due da un muro alto tre metri. Da un lato gli uomini, dall’altro le donne. Un mondo a parte, un’isola sospesa nel tempo affacciata su un mare che divide e unisce, allargando i confini che così si confondono e si mescolano nello stesso modo in cui si sono mescolati qui italiani e serbi, greci e sloveni, ebrei e tedeschi, austriaci e americani.
L’ultima spiaggia, presentato in anteprima italiana nella sua versione definitiva nel fuori concorso della seconda edizione di Visioni dal Mondo, è il film documentario che Anastopoulos e Del Degan hanno dedicato a questo luogo unico, alle donne e agli uomini che lo popolano, protagonisti di una tragicommedia sulla natura umana: spesso persone sole e dal passato (e talvolta dal presente) difficile, dotate di grande umanità. Una tragicommedia che sa e vuole essere anche una riflessione sui confini, le identità e le generazioni. La presenza del muro che separa le due spiagge è un confine fisico, una barriera assolutamente valicabile, che nulla a che vedere con ideologie o discriminazioni sessiste e razziali, ciononostante la sua presenza crea nello spettatore una certo stupore e turbamento. Ed è questo mix di sensazioni e reazioni che scaturiscono dalla fruizione a rappresentare il punto di forza del progetto. Ma una domanda nasce spontanea: come è possibile che nel 2016 esista ancora una simile divisione? Una domanda assolutamente lecita, al quale però il film e i suoi autori non vogliono fornire alcuna risposta, poiché il baricentro e gli obiettivi perseguiti sono altri.
L’ultima spiaggia è una sorta di studio antropologico, girato nell’arco di un anno, che sceglie come modus operandi la pura osservazione. Il risultato è un’immersione totale della macchina da presa e dei registi nel tessuto sociale e topografico, con l’hardware e coloro che lo guidano chiamati a diventare invisibili per entrare a farne parte il più possibile. Non sempre, però, ciò si verifica, con la fauna umana che popola ogni giorno la spiaggia che non riesce sempre a mantenere la naturalezza e la spontaneità. In molti passaggi si avverte la fatica di molti habitué nel fare finta che non ci sia una o più macchine da presa a riprenderli. Questo è a nostro avviso il vero limite dell’opera, insieme al ritmo eccessivamente dilatato del racconto, che i tagli della versione post Cannes hanno solo in parte attutito. Diversamente, il documentario regala momenti davvero riusciti, persino divertenti. Il merito è del buon palleggio creato dal montaggio, che trasforma la timeline in una specie di campo da tennis, con il racconto che passa da una parte all’altra del muro come una pallina oltre la rete. Degna di nota anche la confezione, povera nei mezzi a disposizione, ma capace di offrire alla platea soluzioni visive poetiche e di forte impatto, a cominciare dalle riprese subacquee.

Francesco Del Grosso

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