Conferenza stampa “Suburra”

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Un progetto epocale per il cinema italiano

A margine della proiezione romana di Suburra va in scena l’affollata conferenza stampa dell’opera seconda di Stefano Sollima, nei cinema con 01 Distribution a partire dal 14 ottobre in cinquecento copie. La location designata è la sala 3 dell’Adriano in quel di Piazza Cavour, piena in ogni ordine di posti, per quella che senza ombra di dubbio è la pellicola italiana più attesa della stagione in corso e probabilmente degli ultimi anni. A rompere il ghiaccio di questa conferenza fiume durata la bellezza di due ore, della quale vi proponiamo i passaggi più significativi, ci pensa il regista Stefano Sollima.

D: Guardando Suburra è impossibile non pensare ai fatti recenti che hanno travolto Roma e coloro che la governano, coincidenze oppure no?
S. Sollima: Abbiamo iniziato a lavorare al progetto quasi due anni e mezzo fa, quindi banalmente tutto questo non era ancora successo. Trovo che oggi sia attuale proprio in virtù del genere che abbiamo utilizzato per raccontare le storie al centro del film, ossia il crime movie. Lo rende meno realistico, meno cronachistico, ma ne fa un racconto allegorico e più simbolico. Quindi credo che sia naturale che ti ci ritrovi oggi e che ti ci  potresti ritrovare fra vent’anni, perché è un racconto su una città e sul Potere. Di conseguenza, si tratta di un racconto che puoi declinare tra quattro, dieci o trent’anni. Le coincidenze con quanto sta accadendo in questi giorni (le dimissione da Sindaco di Ignazio Marino e i precedenti fatti legati a Mafia Capitale) testimoniano se vuoi la verità che sottende al racconto di base ed è una cosa riconosciuta. Suburra è collocato in un periodo molto preciso della nostra storia, ma il suo carattere allegorico lo rende inevitabilmente attuale. Non abbiamo però mai cercato degli spunti di attualità e, infatti, non ci sono riferimenti precisi, se non alla caduta del Governo Berlusconi e alla dimissioni del Papa. […] Usando il genere hai la possibilità di rendere internazionale il progetto, questo perché usi degli schemi che sono universali e comprensibili a tutti. Ciò ti offre la possibilità di parlare di cose anche personali o che riguardano la tua realtà, anche a un pubblico che non è necessariamente quello del tuo Paese. Vedi ad esempio il successo all’estero che ha avuto Gomorra – La serie.

D: La visione del film e il modo in cui lo hai girato, richiama anche al western e ad una certa classicità fatta di simbolismi; tra le tue fonti d’ispirazione c’era anche questo genere?
S. Sollima: Forse l’impressione viene dal fatto di aver utilizzato spesso dei campi di ripresa larghi, dove contemporaneamente avevi un personaggio e il mondo che questo personaggio era chiamato a rappresentare. Questo linguaggio serviva a raccontare anche il continuo confronto tra i personaggi chiamati in causa. Ma in realtà più che al western, il mio genere di riferimento in questo caso era il gangster movie, ma anche il noir metropolitano piuttosto spinto.     

D: Cosa ti ha colpito di più del progetto?
S. Sollima: Il racconto dell’acqua mi è sembrato subito molto interessante. Raccontare una Roma sommersa dalle acque. Si partiva dunque da un presupposto apocalittico, con i sette giorni che anticipavano la caduta contemporanea del Potere politico e di quello spirituale. Mi sembrava molto bello raccontare una Roma sotto l’acqua, passando attraverso un’immagini più cupa di quella che normalmente siamo abituati a vedere di questa città.

L’attenzione si sposta alla produzione e alla distribuzione del film con una serie di domande che vengono rivolte a Riccardo Tozzi della Cattleya e a Paolo Del Brocco, Amministratore Delegato di Rai Cinema.

D: Dietro Suburra, come abbiamo potuto vedere in questi anni, c’è un’idea di cinema ben precisa e di rottura degli schermi; come si è arrivati a questo progetto complessivo?
R. Tozzi: È vero, si tratta di un lavoro molto lungo cominciato più di dieci anni fa quando nel 2004 gli editor di Stile Libero ci portarono le bozze di quello che poi sarebbe stato Romanzo criminale. Leggendole ci siamo resi conto che c’era la possibilità di trovare una strada nuova per il cinema italiano che già all’epoca dava dei chiari segni di invecchiamento. Questa passava attraverso il genere, ma il genere legato alla realtà. Noi di Cattleya ci siamo rivolti subito a Stefano Rulli e Sandro Petraglia per diventare il primo anello della catena. E facemmo prima la versione cinematografica diretta da Placido  e poi la serie per il piccolo schermo sulla spinta di Sky Cinema che ci portò a Stefano Sollima, con il quale poi abbiamo fatto ACAB e Gomorra – La serie. Credo che con Suburra, lui abbia raggiunto la piena maturità stilistica, e il cinema italiano quella svolta della quale aveva fortemente bisogno per parlare con il linguaggio del mondo e non ristarne fuori. Questo film è stato anche un gigantesco sforzo produttivo, perché è difficilissimo fare questa tipologia di cinema in Italia. È un film relativamente caro, che nel resto del mondo avrebbe richiesto sicuramente il doppio del budget. In questo Rai Cinema ci ha dato una grossa mano.

D: Un atto di coraggio è anche quello di Rai Cinema nel portare nelle sale un film crudo e realistico come questo; avete pensato ai rischi di distribuire un’opera che parla di temi che in molti preferirebbero tacere?
P. Del Brocco: Questa tipologia di film rientra perfettamente nella linea editoriale di Rai Cinema che con i cinquecento e passa titoli prodotti negli ultimi quindici anni ha esplorato i generi e le storie più diverse, ma sempre rispettando lo sguardo e lo stile dei registi con i quali abbiamo lavorato. La nostra è un’offerta diversificata e variegata, per cui ben vengano film di denuncia e sociali come Suburra che parlano un linguaggio universale. Questo film potrebbe essere ambientato ovunque e andava assolutamente fatto. Noi ci crediamo moltissimo per cui abbiamo voluto un’uscita massiccia in cinquecento copie.  

D: È notizia di qualche giorno fa che Suburra diverrà una serie per Netflix, cosa ci puoi dire a riguardo?
S. Sollima: Sono molto felice che se ne faccia una serie, perché il materiale messo a disposizione dal libro di Suburra è di quelli che merita di essere esplorato. Ci sono cose che non vengono chiuse e storie che nel film non vengono trattate, per cui ben venga la serie per il piccolo schermo. Ma siamo ancora all’inizio dello sviluppo.

La palla passa poi a Carlo Bonini che insieme a Giancarlo De Cataldo hanno scritto a quattro mani l’omonimo romanzo da cui l’opera seconda di Sollima è tratta. Allo scrittore fanno seguito poi le risposte dei sceneggiatori Rulli e Petraglia a proposito del lavoro di trasposizione cinematografica. Loro che con le pagine di Bonini e De Cataldo si erano già confrontati in passato con Romanzo criminale.

D: Cosa pensi del lavoro che i due sceneggiatori Rulli e Petraglia hanno fatto sul libro che avete scritto tu e De Cataldo? Qualcosa da rimproverare?
C. Bonini: Io non ho da rimproverare assolutamente nulla a Rulli e Petraglia, al contrario li ringrazio per il lavoro di trasposizione che hanno fatto. Era un lavoro complicatissimo da fare e per farlo c’era bisogno, oltre che a un grande mestiere, anche una forte dose di crudeltà nei confronti di chi aveva scritto il libro. Per crudeltà intendo l’utilizzare uno sguardo impietoso sulle storie e sui personaggi che le animano per dare a essi una giusta collocazione nel film, che per forza di cose non poteva essere la stessa che avevano in un libro di cinquecento e passa pagine. Penso che un film debba necessariamente tradire il libro da cui origina e più il tradimento è virtuoso e azzardato, più il film diventa fedele alla sua matrice originale. Questo può sembra un paradosso, ma in genere non funzionano le scelte a metà, ossia quando rimane nel guado. In questo senso, il film è molto fedele al romanzo. È un’altra cosa, nel senso che vive di vita propria, ma comunica la stessa cosa che io e Giancarlo De Cataldo abbiamo cercato di comunicare su carta.

D: Con Stefano Rulli come vi siete rapportati al progetto e come avete lavorato alla stesura dello script?
S. Petraglia: A noi piace molto fare il cinema di genere e con Stefano Sollima ci siamo trovati davanti a un regista che ha un’idea di cinema di genere molto forte e radicale. Probabilmente me ne sono reso conto troppo tardi rispetto ad altri, ma guardando un po’ di tempo fa Il silenzio degli innocenti mi sono reso conto che non esisteva più la differenza fra cinema di genere e cinema d’autore. Forse addirittura prima questa linea era venuta meno con De Palma. Comunque noi venivamo da una scrittura diversa che cercava il bilanciamento dei personaggi che non potevano essere tutti completamente cattivi. Nel caso di Suburra l’idea più precisa a riguardo sul libro e sui personaggi ce l’aveva proprio Stefano Sollima che questo equilibrio non lo voleva, perché non voleva espiazione o redenzione, ma solo personaggio che rispecchiassero il male in terra. Questa scelta così radicale ci ha molto aiutato perché nella nostra carriera abbiamo fatto anche dei film molto buonisti, per cui fare qualcosa di completamente diverso ci ha anche molto divertiti.  

D: Nel film c’è un frangente politico ben preciso, ossia la caduta del Governo Berlusconi il 12 novembre del 2011, che non è un fatto inventato ma realmente accaduto; in che modo avete lavorato per far combaciare cose accadute veramente con altre da voi inventate?
S. Rulli: Noi pensavamo a un film di genere che potesse essere concreto e per renderlo tale c’era bisogno di  scandirlo con dei giorni e con dei fatti reali. Non a caso abbiamo aggiunto anche degli altri fatti veri come le dimissioni di Papa Ratzinger, non per creare chissà quali intrecci torbidi che coinvolgessero anche la Chiesa, ma per alzare il tiro e dare suggestioni più forti. Del resto, la caratteristica di Roma è che è la capitale religiosa del mondo, che ha una politica che è sempre all’avanguardia nel bene e nel male, dove c’è un potere criminale molto radicato nei diversi tessuti sociali. Questi tre elementi messi insieme fanno un film che puoi girare solo a Roma. Il dare una data serviva per identificare un momento ben preciso di crisi politica e non solo del nostro Paese. Dietro questa concretezza c’era una grande Apocalisse che stava per avvenire che non riguardava solo la politica, ma anche l’anima dei personaggi coinvolti. Non avremmo mai potuto scrivere un film come questo senza il libro di Bonini e De Cataldo, perché c’è dentro uno sguardo così spietato e implacabile che anche i personaggi che avevano dietro dei forti ideali ci hanno sempre riportato con i piedi per terra. Si tratta di una storia senza personaggi positivi, senza poliziotti o commissari, vale a dire persone che salvano questo Paese. C’è sempre nei nostri film qualcuno che lo salva, mentre qui nessuno salva o viene salvato. Quindi anche per noi sceneggiatori è stata una sfida stilistica, raccontando il male dal suo interno, per capirne anche le umanità. E siamo stati costretti a capirne le umanità, altrimenti sarebbe stata una sorta di “fiera degli orrori”. Poi c’è un’altra grande sfida che è quella che ha dovuto affrontare il regista, ossia quella di raccontare una città così complicata come Roma in poco più di due ore.

Dopo aver parlato del processo di scrittura e di adattamento dal libro al film, si passa a parlare della costruzione dei personaggi con Sollima e con alcuni degli attori presenti.

D: Che tipo di lavoro hai e avete fatto per costruire dei personaggi quasi esclusivamente negativi?
S. Sollima: Il vantaggio di raccontare quasi esclusivamente dei personaggi negativi ti obbliga a concentrarti sull’essere umano che c’è dietro il personaggio. Il lavoro che andava fatto sui singoli  personaggi di questo film era proprio quello di andare a cercare la verità all’interno dei mondi che stavamo rappresentando.
C. Amendola: Il lavoro che andava fatto sul personaggio di Samurai con Stefano è stato sin dall’inizio molto chiaro, ma non facile. Volevamo prima di tutto renderlo normale, nonostante sia un personaggio estremamente cattivo. Stefano è stato molto chiaro nelle indicazioni. Abbiamo lavorato in sottrazione e mi ha fatto togliere qualsiasi  cosa, anche spontanea, dalla mimica facciale. Il Samurai è sempre praticamente immobile come una statua, freddo, ma ha comunque una grandissima forza nonostante l’apparente immobilità. Fa paura perché lo potresti incontrare dietro qualunque angolo. Mi è piaciuta molto anche la scelta dei costumi che indossa, molto anonimi, che lo fa passare inosservato. La semplicità del personaggio fa da contraltare alla sua crudeltà. 
P. Favino: I  personaggi del film sono figli del nostro tempo e mi sembrano tutti quanti guidati da un’ambizione estrema; però è un’ambizione che nasce da una cultura, quella della soddisfazione personale. Questa cultura individualista nasce trent’anni fa. Ciascuno di essi fa per sé e cerca di arrivare al massimo per se stesso. Per costruire il personaggio del politico Filippo Malgradi mi sono dovuto concentrare su questo che, a mio avviso, è un tema centrale della pellicola. E questa cosa se la deve chiedere anche lo spettatore: che cosa sei disposto a fare tu individuo per ottenere quello che tu pensi di voler ottenere? E quello che tu vuoi ottenere cos’è? Cose, soldi, ma anche solo il riconoscimento de potere. Per costruire il personaggio di Malgradi ho cercato di darmi delle risposte a queste domande. Ci tengo a dire che non c’è nessun politico di riferimento, proprio per il carattere simbolico che questo personaggio ha. È un uomo che non ha talento e non ha il carisma per ricoprire il ruolo che gli è stato dato. Ha uno scatto solo quando gli viene dato un portafoglio per agire, quando capisce di avere il potere per mettere in difficoltà gli altri.
E. Germano: Per costruire il personaggio del PR Sebastiano siamo partiti proprio dagli abiti che indossa, perché è un personaggio che si è nutrito dell’immagine da proiettare sugli altri. Non a caso sono abiti eccessivi quelli che indossa. Penso anche io che sia un film che parla di questa degenerazione comune. Ci nutriamo dell’immagine che proiettiamo sugli altri, della posizione che riusciamo ad ottenere, piuttosto dei rapporti che riusciamo a costruire. Qui ci sono tutti personaggi che si disinteressano completamente di quello che fino a due minuti prima era il suo migliore amico e sacrifica qualsiasi cosa per questa rincorsa del benessere a vari livelli. Nello specifico Sebastiano è un contrappunto rispetto a tutti gli altri personaggi che ritengo dei dannati. Con lui era interessante mostrare come una persona può diventare, aprendo la parte peggiore di sé quando lo status di benessere di cui gode viene messo a rischio o viene meno. C’è una competizione continua, una corsa contro gli altri, un individualismo sfrenato. Questo è un altro tema molto forte del film.  
G. Scarano: Quando ho letto la sceneggiatura ero completamente fuori di me, perché mi sono resa conto che il personaggio di Viola aveva un potenziale enorme già in scrittura e me ne sono letteralmente innamorata. Quello di Viola era un ruolo estremamente complesso, ma mi dava delle possibilità enormi. Anche nel suo caso la costruzione del personaggio passava attraverso l’immagine e con la troupe, dalla costumista alla truccatrice, abbiamo lavorato per trovare degli strumenti, vedi la rasatura, che mi aiutassero a interpretarla al meglio.   
G.E. Gorietti: La sfida nel mio caso è stata quella di dare un’umanità, di tirare fuori l’ingenuità e la purezza, da un personaggio come quello della  prostituta Sabrina, che sembra non averne. La sua caratteristica è quella di sapere vendere il proprio corpo, ma non la sua anima. Questo aspetto del personaggio mi ha permesso di non giudicarlo mai e di innamorarmi di lei a più livelli. In certi frangenti mi anche fatto tenerezza, perché si trova ad affrontare delle situazioni che sono più grandi di lei.
A. Borghi: Ricordo con un sorriso il periodo in cui con Stefano abbiamo iniziato a lavorare sul personaggio. Non sapevamo proprio come doveva essere fisicamente Numero 8 e in produzione abbiamo iniziato a provare delle soluzioni fino a quando abbiamo trovato quella giusta e ci sono voluti alcuni giorni. Il mio personaggio ha due aspetti fondamentali, ossia la sua imprevedibilità e la grande determinazione. Lui rappresenta un altro tipo di male, diverso da quello degli altri personaggi del film. Mentre gli altri lavorano di fino, di nascosto e alle spalle, Numero 8 invece è un invasato, un uomo completamente fuori controllo. Ha però un sogno, quello che il progetto WaterFront si realizzi e combatte con tutti i mezzi a sua disposizione per raggiungerlo. Ha anche una componente romantica, un modo tutto suo di amare e tenersi accanto Viola, la donna che ama.   

Francesco Del Grosso

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