Chromium

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6.0 Awesome
  • voto 6

Non è tutto oro quello che luccica

Gli addetti ai lavori avranno ancora fresco nella mente un bellissimo ricordo di Bujar Alimani e del suo lungometraggio d’esordio dal titolo Amnesty. Di anni ne sono trascorsi cinque dalla realizzazione di quella pellicola, passata alle cronache cinematografiche per la splendida cavalcata nel circuito festivaliero internazionale che l’ha vista protagonista, iniziata alla Berlinale e conclusasi con la candidatura alla statuetta come miglior film straniero per l’Albania. Ma non è tutto, perché l’opera prima del regista di Patos ha al suo attivo almeno un’altra mezza dozzina di ottimi motivi per essere ricordata ancora per molto tempo. Tra i tanti che non stiamo qui ad elencare, va sicuramente rammentato a chi non lo sapesse che Amnesty è stato il primo film albanese ad ottenere un finanziamento dal Fondo del Consiglio d’Europa (meglio conosciuto come Eurimages) e anche il primo rappresentante di quella nazione nella storia della competizione berlinese. Insomma, un curriculum di tutto rispetto che ha da una parte accresciuto il prestigio di Alimani a livello internazionale, dall’altro ha caricato ancora di più le aspettative nei suoi confronti e in quelle dei suoi futuri lavori dietro la macchina da presa. Aspettative che come avremo modo di vedere non sono state mantenute in pieno, con Chromium che si è rivelato almeno un paio di passi indietro rispetto al fortunato precedente.
La storia narrata nella sua opera seconda, presentata in concorso alla 17esima edizione del Festival del Cinema Europeo di Lecce, è quella di una donna muta, rimasta vedova con due figli a carico, che deve sopravvivere e mandare avanti la propria famiglia con la semplice forza di volontà, mentre prova a rifarsi una vita con un altro uomo. Il figlio maggiore, di quindici anni, cerca di cavarsela da solo andando a lavorare illegalmente in una vicina miniera di cromo. Al fianco del ragazzo troviamo una giovane insegnante di matematica amante del rock, che si è ribellata al volere dei suoi genitori rifiutando di inseguire di una comoda esistenza nella capitale. La donna si trasforma in una sorta di angelo custode che aiuta e guida il giovane quindicenne nel viaggio che lo porterà a diventare un uomo.
Ciò che si palesa sullo schermo è, dunque, il classico ritratto corale di una famiglia costretta a fare i conti con la crisi economica imperante, ma anche un racconto che focalizza l’attenzione sui legami affettivi e sui rapporti generazionali. Con in più, l’immancabile capitolo dell’altrettanto classico romanzo di formazione che serve a stratificare ulteriormente lo script. Temi universali, questi, trattati con attenzione e rispetto sin dalla fase di scrittura e valorizzati dalle intense interpretazioni dei vari attori coinvolti, a loro volta ben supportate da una regia essenziale e mai invasiva (si contano qualche dolly qua e là, mentre per il resto molta camera a mano intervallata da inquadrature statiche). E allora vi starete chiedendo che cosa non funziona, qual è l’ingranaggio che non consente all’operazione di spiccare il volo. Presto detto. Chromium soffre proprio la suddetta stratificazione nel e del racconto, con una graduale perdita di consistenza e scorrevolezza nella trasposizione, che genera purtroppo anche una dispersione di quel carico di emozioni che alcune scene del film sono state in grado di generare. Poi ci si mette anche il ricorso continuo a simboli e metafore (vedi la presenza del cromo, una roccia apparentemente inutile che nasconde invece oro e ricchezza), che se da una parte affascina e alza il livello drammaturgico, dall’altro provoca molto spesso un cortocircuito nella mente dello spettatore, costretto a sforzare le meningi per capirne la portata e il vero significato, distogliendolo così dagli eventi e dalle azioni dei personaggi. In poche parole, si tratta di involontari diversivi che destabilizzano la fruizione. Davvero un gran peccato, ma confidiamo nella bravura e nel talento del cineasta albanese, che siamo sicuri tornerà a regalarci altre perle come Amnesty. Non ci resta che aspettare.

Francesco Del Grosso

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