Baby(a)lone

0
5.0 Awesome
  • voto 5

Un disperato bisogno d’amore

Anche se il nome e il cognome del regista potrebbero far pensare a origini italiane, Donato Rotunno invece è nato e cresciuto in quel del Lussemburgo, nazione che, oltre ad avergli dato i natali, ha scelto lui e il suo secondo lungometraggio Baby(a)lone per la corsa alla statuetta come miglior film straniero all’88esima edizione degli Academy Awards. Ma se la corsa agli Oscar si è fermata rapidamente, al contrario, il tour nel circuito festivaliero ha visto il film protagonista di diverse tappe oltreoceano e nel Vecchio Continente, ultima delle quali nel concorso del 17° Festival del Cinema Europeo di Lecce.
Il gioco di parole del e nel titolo scelto da Rotunno è già di per sé una dichiarazione d’intenti di quello che il regista, attraverso la sua nuova pellicola, adattamento cinematografico del romanzo “Amok” di Tullio Forgiarini, ha deciso di portare sul grande schermo a distanza di nove anni dall’esordio con In a Dark Place. Quello che scorre davanti ai nostri occhi è l’ennesima storia di (de)formazione adolescenziale, che pone l’accento su tutta una serie di aspetti universali che fanno puntualmente capolino nei drammi a sfondo giovanile, a cominciare dal disaggio, dalla solitudine, dalla rabbia, dall’assenza di figure adulte, per arrivare alla disperata ricerca di affetto e amore. La conseguenza diretta è un racconto di una generazione alla deriva del quale in gran parte conosciamo gli sviluppi, proprio perché risultano estremamente semplici da pronosticare. Nell’arco della fruizione si finisce così per avvertire, nella retina e nella mente, quella inconfondibile sensazione di dejà vu; la stessa che si prova tutte le volte che ci si trova al cospetto di dinamiche narrative e drammaturgiche ormai logore e abbondantemente battute nei decenni passati alle diverse latitudini. In tal senso, Baby(a)lone è un clone che segue alla lettera uno schema preconfezionato e con esso tutti quei geni che abitualmente ne vanno a formare il Dna.
Proprio questa mancanza di pennellate personali in un quadro già osservato innumerevoli volte, che nulla ha di originale da offrire alla platea di turno, a rappresentare il principale e più grande limite riscontrato nell’opera. Ciò determina nello spettatore che ha una certa familiarità con il suddetto filone una perdita repentina di interesse, ma soprattutto di coinvolgimento nei confronti della storia e dei destini dei protagonisti che la animano. Si finisce con l’assistere passivamente alle vicende che li vedono protagonisti, quelle vissute da due tredicenni di nome X e Shirley che già tutto sanno sulla violenza, della droga e della pornografia, perché ne fanno esperienza ogni giorno dentro e fuori dalla scuola. Cercheranno di crearsi un mondo di illusione e speranza, attraverso una fuga in avanti per trovare l’amore che a entrambi manca terribilmente. Noi osserviamo a distanza e senza particolari sussulti emotivi ed empatici a questa fuga, aggrappandoci il più possibile alla bravura dei due giovani interpreti, ma le loro performance davvero efficaci e coinvolgenti non sono sufficienti a salvare le sorti dell’operazione.

Francesco Del Grosso

Leave A Reply

2 × 3 =