Children Are not Afraid of Death, Children Are Afraid of Ghosts

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Il mostro a due teste

Ci sono film che non possono e non vogliono lasciare indifferenti, che imprimono cicatrici nella retina, nel cuore e nella mente dello spettatore di turno, segni ed emozioni che finisci con il trascinarti a lungo nel post visione. Ciò che resta è un un persistente e profondo stato di disagio, di sofferenza e di dolore, difficile da scrollarti di dosso. Ed è esattamente ciò che un’opera come Children Are not Afraid of Death, Children Are Afraid of Ghosts ha lasciato in noi durante e dopo la visione alla 53esima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema, dove la pellicola di Rong Guang Rong è stata presentata nel Concorso Pesaro Nuovo Cinema – Premio Lino Miccichè.
Il cineasta cinese si fa carico di una storia che farebbe tremare i polsi a chiunque, ma non a lui, che portandola sul grande schermo ha dovuto poi vedersela faccia a faccia con le autorità nazionali, che ne hanno decretato l’arresto. Questo perché Children Are not Afraid of Death, Children Are Afraid of Ghosts è un’opera scomoda e in quanto tale si tenta in tutti i modi di affossare, o ancora peggio di mettere sotto chiave insieme a colui che l’ha firmata. La storia in questione è quella di un suicidio di gruppo commesso da bambini in un villaggio povero sulle montagne del Guizhou: quattro fratelli e sorelle, di età compresa tra i cinque e i quattordici anni, si uccidono bevendo del pesticida. Cosa può aver condotto dei bambini a compiere un gesto tanto disperato? Il fenomeno malato del “Blue Whale”, che ha portato più di duecento adolescenti a togliersi la vita in tutto il mondo, qui non c’entra. La risposta semmai è da andare a cercare nell’assenza degli adulti e nel vuoto che tale assenza nella Società odierna lascia in chi adulto non è, ma anche nell’insopportabile peso provocato da un profondo malessere interiore, quello provato dai bambini e dagli adolescenti che non riescono a vivere come tali e che li porta loro malgrado a dovere sopravvivere tra stenti e disagi in ambienti malsani e degradati. A quel punto, l’unica via d’uscita possibile per fuggire da quella condizione e da quella realtà è una soluzione estrema, ossia il suicidio.
Rong Guang Rong va ringraziato prima di tutto per non aver deciso di voltarsi dall’altra parte, puntando la macchina da presa su un problema che non si può fare finta che non esista. Questa decisione gli è costata molto cara, aprendogli persino le porte del carcere. Basterebbe questo a spingere lo spettatore a guardarne l’opera e ad apprezzarne il grandissimo coraggio. Un coraggio che lo ha portato ad affrontare sulla propria pelle un duplice viaggio: da una parte quello fisico in un “inferno” terreno mascherato da comunissimo villaggio rurale che lo ha condotto face to face con i bambini sopravvissuti, gli ufficiali del governo e la criminalità organizzata; dall’altra quello personale e interiore, che ha portato l’autore a confrontarsi con le proprie paure e i propri ricordi.
Children Are not Afraid of Death, Children Are Afraid of Ghosts si muove e si sviluppa lungo le suddette direttrici, che finiscono con il mescolarsi senza soluzione di continuità in una timeline non lineare, anti-narrativa e imprevedibile. La medesima mancanza di continuità che non caratterizza solo l’impianto narrativo e drammaturgico, ma anche la confezione tecnica. Il regista cinese mescola documentario, sequenze d’animazione ed echi di cinema sperimentali, con al seguito i relativi linguaggi e codici, dando forma e sostanza a un’opera che fa dell’ibridazione il proprio cuore pulsante. Una contaminazione, questa, che impedisce al fruitore una precisa identificazione e al regista di firmare un prodotto audiovisivo che sfugge volutamente a qualsiasi tentativo di catalogazione. Il risultato è una “favola nera” disperata e senza speranza, che arriva allo spettatore come un pugno sferrato alla bocca dello stomaco.

Francesco Del Grosso

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