Cine-terapia di gruppo
C’è chi come Peter Greene che all’Arte e al cinema nello specifico ha attribuito sempre capacità e potere terapeutici, in grado di portare benefici non solo nel fruitore, ma anche in coloro che lo fanno o ne sono protagonisti. Tale convinzione viene da anni di lavoro dietro la macchina da presa che hanno visto il regista statunitense trasformare la teoria in pratica attraverso una serie di opere inscrivibili in quella che ha battezzato “cinematic nonfiction”, nella quale trovano spazio forme di cinematerapia che permettono a soggetti di elaborare traumi storici o personali mentre realizzano e/o prendono parte a dei progetti audiovisivi. Questi rappresentano dei prodotti finiti di un processo in grado di produrre effetti trasformativi, tanto positivi quanto negativi, su chi viene coinvolto nella sua realizzazione.
Non è dunque una pratica nuova per Greene che ha fatto della Settima Arte uno strumento ee una via d’accesso all’elaborazione del trauma, ad esempio dell’accadimento luttuoso oppure per una riconfigurazione della personalità, che passa attraverso la sua ri-messa in scena. Il cinema di Greene si muove infatti sul confine tra realtà e rappresentazione. Persone “reali” interpretano e riesaminano le proprie storie di vita mediante l’esplicitazione di un dispositivo performativo che sia teatrale come in Actress (2010), mediatico come in Kate Plays Christine (2016) e filmico come nel caso del suo ultimo documentario Too Much Sugar, presentato in concorso nella sezione Orizzonti dell’83esima edizione della Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia.
Too Much Sugar nasce quando il cineasta conosce Ryan “Holli-wood” Holliger (i figli giocano a basket insieme), un uomo tenace e carismatico, padre di sei figli avuti da cinque donne diverse, che di mestiere fa il carpentiere. Il suo migliore amico AccRite è un rapper che si guadagna da vivere con lavori manuali e deve fare i conti con una perdita inimmaginabile. Insieme coltivano il sogno di realizzare un film sulla paternità nella loro cittadina operaia del Missouri. Greene accetta di aiutarli, ma chiede in cambio di riprendere le loro vite reali. Ne esce un documentario che dentro ha il film di Ryan e AccRite, ma anche tanti altri piccoli film sognati dai familiari e amici. Insomma, una specie di seduta terapeutica di gruppo che a suo tempo è il soggetto del film e il meccanismo che lo produce.
Nel corso di un anno cruciale e imprevedibile, quel film finisce per trasformarsi in qualcosa di completamente diverso: un percorso verso la responsabilità, la guarigione e una nuova consapevolezza di sé, per loro e per le loro famiglie. Nel caso degli Holliger tutto ruota attorno alle figure paterne: Ryan è cresciuto senza ed è determinato a fare meglio per i suoi sei figli. Il suo migliore amico AccRite, invece, deve fare i conti con la recente morte del figlio, ucciso a una festa.
Tecnicamente si potrebbe parlare di un reenactment, ossia di una riproduzione di fatti storici da parte di attori non professionisti nei luoghi storici dell’accaduto. Ma per quanto concerne Too Much Sugar sono i diretti interessati, i veri protagonisti della storia, a rivivere gli eventi rimettendoli in scena e al contempo a viverne di nuovi nel presente. Il tutto prende forma e sostanza narrativa e drammaturgica mediante un chirurgico e delicato intreccio di “rappresentazione” e “documento” tra fiction e non-fiction. Nell’ibridazione, infatti, la pellicolatrovail motivo di esistere e la propria cifra espressiva. L’opera mescola il racconto della lavorazione della commedia voluta da Ryan a un ritratto documentario realistico e senza abbellimenti della sua quotidianità di lavoratore, offrendogli una possibilità per quanto difficile, di riscatto. Alla dimensione osservativa si affiancano la classica modalità dell’intervista e la rappresentazione della stessa, in un “gioco” continuo di incastri che annette anche stralci di making of che svelano l’impianto meta-cinematografico.
Un meccanismo, questo, assai complesso da mettere in pratica che in effetti qui non funziona sempre come dovrebbe, a causa di una sovrapposizione e alternanza dei piani che generano all’interno della timeline dei cortocircuiti che destabilizzano e non rendono chiara la narrazione. Il film-nel-film nel suo esplicitarsi attraverso il dispositivo meta-cinematografico a volte ci inceppa e crea confusione, in altre al contrario restituisce momenti più efficaci ed emozionanti.
Francesco Del Grosso







