Belle

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7.0 Awesome
  • voto 7

I mondi virtuali di Mamoru Hosoda

Mamoru Hosoda è ormai diventato un nome cardine tra gli autori di anime, i film d’animazione nipponici. Ed è il regista che ha saputo dare, con Summer Wars, nel 2009, la più lucida rappresentazione della realtà virtuale che governa le nostre vite, che rappresenta come un livello parallelo di esistenza, l’illusione di una seconda vita. Quel film fu riconosciuto quale l’opera che meglio aveva saputo rappresentare i cambiamenti sociali e tecnologici dell’epoca di internet dal prestigioso MIT, una delle più conosciute università di ricerca del mondo, che invitò il regista per un incontro. Tuttavia la velocità vertiginosa dell’evoluzione tecnologica, ha ben presto resa obsoleta anche quella raffigurazione, pur con la sua precisione futuristica. Si vedono per esempio processori giganteschi, e non si considera l’evoluzione verso strumenti portatili più piccoli e maneggevoli, come tablet o smartphone. Sarà per questo motivo che Hosoda ha realizzato un nuovo film, Belle, che funziona come un aggiornamento del precedente. Film che è stato presentato, inserendolo all’ultimo, sulla Croisette 2021 come Cannes Première.

L’incipit di Belle ricalca fedelmente quello di Summer Wars, tanto da fare pensare all’inizio di essere di fronte a un remake, come poi si rivelerà non essere: il nuovo mondo virtuale si chiama U, ed è presentato in tutta la sua fantasmagoria: tornano anche quelle balene volanti di Oz, lo spazio internet del precedente film. E il film si presenta anche come un saggio delle capacità immaginifiche del suo autore, in grado di superarsi, di lasciare ancora una volta a bocca aperta, capace di creare mondi onirici sempre più variegati, popolati da una moltitudine di creature. Ma subito appare una differenza con l’altrettanto meraviglioso mondo di Oz. Se il primo veniva propugnato come mezzo di efficienza in grado di facilitare le attività umane, anche come spazio delle pratiche della pubblica amministrazione e dell’impresa, ancorché pieno di spazi ludici, U è invece da subito qualificato come un veicolo di fuga dalla realtà, come strumento, alla Philip K. Dick, di evasione e catarsi dalle miserie terrene. Predomina ormai la dimensione da social network, forma virtuale che ha soppiantato tutte le altre, di un ‘servizio’ che vanta cinque miliardi di iscritti. E, quando ci si iscrive, l’avatar viene creato con i lineamenti che ricalcano quelli reali dell’utente, come ora già Facebook promette, creando dei supposti cloni con il sistema dell’identikit.
La realtà, da cui evadere, può essere spiacevole, come triste è stata la vita della protagonista, la diciassettenne Suzu, che ha perso la madre da poco, morta annegata mentre cercava di salvare un bambino risucchiato dalla corrente di un corso d’acqua. E, come spesso capita negli anime, l’avventura fantasiosa è compiuta da una personalità adolescenziale, e diviene un coming of age, qui affrontando anche le insidie della rete, come il cyberbullismo e il body shaming. Hosoda, come i suoi colleghi, strizza sempre l’occhio al suo pubblico di teenager un po’ nerd, o otaku, anche caratterizzando i volti dei personaggi con quelle stilizzazioni tipiche degli anime, che risalgono a Osamu Tezuka. Così Sezu, e il suo alter ego virtuale Belle sono dotate di quelle tipiche guancette rosa scuro che fanno tanto Heidi. E l’ambientazione del mondo reale, che si contrappone a quello virtuale, non è più in un contesto storico-classico come in Summer Wars, in cui riecheggiava l’epoca feudale, ma rimane comunque nell’ambito di una vita semplice, di campagna. Un unico accenno all’estetica classica nipponica è rappresentato dai tipici paraventi che si vedono adornare le pareti di un ufficio.

Suzu è un’altra ragazza che saltava, se non nel tempo, nei mondi virtuali, sublimandosi nella divina cantante Belle. E l’avventura digitale sconfina nel fairy tale, in un fiabesco mondo disneyano, riprendendo il concept stesso di La bella e la bestia. Così Hosoda realizza anche un compendio tra il suo cinema sulla realtà virtuale e quello sulle figure di animali antropomorfi, come in The Boy ant the Beast. E il sapore disneyano è dovuto all’apporto di Jin Kim, character designer di tanti personaggi iconici in film quali Frozen – Il regno di ghiaccio, Rapunzel: L’intreccio della torre, Oceania. Ma non parliamo di un mondo dell’animazione ormai sempre più fluido, dove gli anime giapponesi si possono ibridare con il fatato universo Disney: influenze reciproche tra i due universi d’animazione ci sono sempre state, basta pensare ai rimbalzi citazionisti tra Tezuka e la multinazionale americana, sotto il segno di leoni, bianchi e non.

Giampiero Raganelli

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