Beautiful Boy

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8.0 Awesome
  • voto 8

Più di tutto

Chi come noi ha adorato Alabama Monroe – Una storia d’amore non potrà non provare lo stesso sentimento nei confronti di Beautiful Boy. Dietro c’è la stessa mano, sguardo e cura nei confronti dei personaggi e della storia, vale a dire quelli di Felix Van Groeningen che per il suo esordio in un film in lingua inglese ha scelto di portare sul grande schermo la doppia trasposizione in una dei romanzi “Beautiful Boy: A Father’s Journey Through His Son’s Addiction” di David Sheff e “Tweak: Growing Up on Methamphetamine” di suo figlio Nic Sheff. Due punti di vista di una storia e altrettante facce della medesima medaglia che ci conducono al seguito di un figlio e di un padre, in lotta con la dipendenza da droghe del primo e la ricerca di serenità del secondo. A diciotto anni, Nic Sheff è un bravo studente, coinvolto nelle recite e nel giornale della scuola, membro della squadra di pallanuoto, pronto per entrare al college, ma, dopo aver provato la metanfetamina, passa a una totale dipendenza. Gli Sheff devono così affrontare il fatto che la dipendenza è una malattia che non discrimina e può colpire qualsiasi famiglia in qualsiasi momento. Il calvario degli Sheff, la battaglia di Nic, gli sforzi del padre David per salvare il figlio: un quadro dei modi in cui la dipendenza può distruggere intere esistenze e di come la forza dell’amore riesca a ricostruirle, un ritratto dell’affetto incrollabile e del coraggio di una famiglia di fronte alla dipendenza del figlio e alla sua lotta per il recupero.
Come in Alabama Monroe e in Belgica, l’area d’interesse tematica è ancora una volta la famiglia e i legami indissolubili che la sorreggono, ma che vengono messi in discussione dagli eventi. Qui Van Groeningen si concentra sul rapporto padre-figlio e sul confronto generazionale. Il titolo dell’ultima fatica dietro la macchina da presa del cineasta belga, presentata in anteprima alla 13esima Festa del Cinema di Roma e prossimamente nelle sale nostrane con 01 Distribution, è di per sé un chiaro rimando all’omonima canzone di John Lennon, inserita nell’album “Double Fantasy” del 1980 (l’ultimo album pubblicato da Yōko Ono e Lennon prima del suo omicidio) come traccia n° 7, sorta di ninna nanna dedicata al figlio di quattro anni Sean e che David Sheff intonava a Nic per farlo addormentare.
Le vicende si intrecciano in maniera armoniosa ed equilibrata completandosi a vicenda, in un palleggio insistito e non lineare (i flashback che ci mostrano l’adolescenza di Nic) che ci porta da una soggettività all’altra. Ciascuna restituisce sfumature e visioni differenti di una dramma umano e familiare, fatto di sofferenze quotidiane, barlumi di speranza, brevi attimi di felicità, continue (ri)cadute e tentativi di risalita. E lo spettatore si ritrova a scalare la montagna insieme ai protagonisti per tutta la durata della timeline, o lanciati a grande velocità su un ottovolante di emozioni cangianti che regala alla platea picchi altissimi (la telefonata di Nic al padre dopo l’overdose di Lauren, oppure il confronto verbale tra Nic e David nella tavola calda). E il valore aggiunto, ciò che consente alla pellicola di raggiungerli, è il modo assolutamente veritiero, coerente e ben strutturato con il quale lo script è riuscito a combinare le due matrici letterarie originali. Il tutto convoglia e si mescola senza soluzione di continuità in un magma narrativo e drammaturgico di incredibile intensità. Quest’ultima cresce in maniera esponenziale anche grazie all’apporto davanti la macchina da presa di due magnifici interpreti, Steve Carell e Timothée Chalamet, che con le rispettive interpretazioni si prenotano due posti nelle nomination agli Oscar. Il contrario sarebbe un vero delitto.
Il risultato è un dramma che accarezza e al tempo stesso trafigge con una serie di fendenti il cuore dello spettatore, con un epilogo di grandissima potenza rovinato solo dalle didascalie in stile pubblicità progresso che precedono i titoli di coda.

Francesco Del Grosso

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