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Bayoneta

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VOTO: 5

L’unica cosa che so fare

Scorrendo i titoli della Selezione Ufficiale della 13esima edizione della Festa del Cinema di Roma, la nostra attenzione si è andata a posare su uno dei film meno gettonati e dal peso specifico inferiore tra quelli presenti nell’intera line up. Trattasi di Bayoneta, opera seconda di Kyzza Terrazas, approdata in anteprima mondiale sugli schermi della kermesse capitolina. Il motivo di tale interesse non era tanto di natura tecnica o drammaturgica, ma principalmente legata alla curiosità di vedere come un cineasta messicano se la fosse cavata con una storia ambientata a migliaia di km di distanza e agli geograficamente agli antipodi come la Finlandia. Le trasferte in terra straniere per un regista fanno parte del mestiere, ma in questo caso vedere due mondi così diversi fra loro entrare in contatto ha in qualche modo rappresentato un motivo di fascinazione.
Catapultandoci al seguito di Miguel “Bayoneta” Galíndez, un ex pugile messicano che per ragioni misteriose si ritrova a vivere in un minuscolo appartamento a Turku, in Finlandia, il regista compie lo stesso viaggio del protagonista del suo film. Messicano come lui, entrambi appaiono ai nostri occhi come alieni sbarcati su un pianeta sconosciuto, dove le condizioni climatiche e il modo di vivere sono lontani anni luce dalla loro provenienza. Una condizione, questa, che da un punto di vista catartico, fisico e psicologico, avrebbe potuto, ma così non è stato, alimentare e contribuire ad aumentare in maniera esponenziale l’alienazione tanto del personaggio quanto di colui che lo ha creato. Il risultato di fatto ci ha messo di fronte solamente a due pesci d’acqua che annaspano ciascuno a proprio modo tra le infinite notti, la neve e le acque gelate del paesaggio che fa da cornice alla vicenda. Molto più efficace, in tal senso, quanto ottenuto da Xavier Durringer e dal connazionale Jean-Stéphane Sauvaire nei rispettivi Chok-Dee e A Prayer Before Dawn, dove i protagonisti si trovano pressapoco nella medesima situazione di Galíndez.
A differenza dei film dei cineasti francesi, in Bayoneta si assiste solo ad uno scollamento frutto di una incompatibilità, che purtroppo non è sufficiente a stratificare il profilo caratteriale e la one line del personaggio. Di conseguenza il suo disegno è schematico e assolutamente nella norma. Non si va oltre il pugile andato al tappeto che prova a fatica a rialzarsi. Di giorno lavora come allenatore in una palestra di pugilato, di sera beve da solo nei bar. Il bisogno di redimersi lo porta a riprendere i guantoni e tornare a combattere. Si ritrova, così, a fare i conti con il suo passato e con tutto ciò che l’ha allontanato dalla boxe e dalla sua famiglia.
Bayoneta segue alla lettera le traiettorie narrative e drammaturgiche del filone pugilistico e della sua proverbiale parabola sportiva e umana, con tutti i temi, gli stereotipi e gli stilemi ricorrenti presi e utilizzati all’occorrenza. Questo da subito sottolinea la pigrizia dell’autore nel non volere dare un’impronta personale all’ormai logora, codificata e più volte rimodellata materia prima. Si assiste a un copione già scritto che il pubblico conosce fin troppo bene tanto da renderlo prevedibile, che al netto dei tentativi di infittire la trama con un linea mistery e una duplice affettiva (il rapporto interrotto con la figlia e quello sentimentale con la barista Sarita), con una sovrapposizione dei piani temporali, reali e onirici, ma anche con immagini astratte (vedi il finale), non riesce a prendere quota.

Francesco Del Grosso

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