Daughters of the Sexual Revolution

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Variopinte danzatrici

Per noi che viviamo al di là dell’Oceano Atlantico, le figure delle cheerleader, spesso ammirate nei film oppure in documentari, sono semplici ballerine, spesso anche studentesse liceali, solite supportare con variopinte coreografie le loro squadre del cuore. Ma cosa c’è, realmente, dietro le loro frizzanti figure? Quand’è che il presente fenomeno ha iniziato a diffondersi, fino a diventare un vero e proprio caso, facendo delle avvenenti ragazze delle indiscusse icone di stile? Una data precisa, di fatto, c’è. È nel lontano 1972, infatti, che un’avvenente cheerleader dei Dallas Cowboys ha strizzato maliziosamente l’occhio alla telecamera, facendo girare la testa a milioni di telespettatori. E sono proprio le cheerleader della presente squadra ad aver avuto la storia più interessante di tutti gli Stati Uniti, grazie soprattutto alla carismatica e autoritaria figura di Suzanne Mitchell, alla loro guida per ben dodici anni. La sua singolare storia, così come la storia di queste iconiche ragazze, ci viene raccontata nel documentario Daughters of the Sexual Revolution, per la regia di Dana Adam Shapiro, presentato alla tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, all’interno della Selezione Ufficiale.
Con un inconfondibile e riuscito sapore vintage – grazie anche a un appropriato commento musicale e a immagini di fotografie e riviste dell’epoca – il presente lavoro parte immediatamente con ritmi brillanti e ben calibrati, riuscendo a ricreare pressoché fedelmente l’atmosfera post Sessantotto, con tanto di liberazione sessuale e di emancipazione. E così, tra un’intervista e l’altra e tra un filmato di repertorio e l’altro, viene analizzato in tutti i suoi aspetti questo importante fenomeno mediatico diffusosi negli Stati Uniti a partire dagli anni Settanta.
Grazie alle testimonianze delle stesse cheerleader che all’epoca fecero parte delle gloriose Dallas Cowboys Cheerleaders e della stessa Suzanne Mitchell (scomparsa nel 2016), il regista ha scandagliato ogni singolo aspetto del presente fenomeno, con tanto di immancabili controversie mosse da gruppi di femministe (le quali vedevano, in questo modo, la figura della donna sfruttata quasi al pari di un oggetto sessuale) e persino di minacce di morte rivolte alla stessa Mitchell da parte di boss mafiosi.
Con questo minuzioso lavoro di ricerca, dunque, la figura della cheerleader viene finalmente liberata da ogni possibile luogo comune ad essa legato, grazie anche a un’immagine delle giovani ragazze trattate quasi alla stregua di soldatesse (non dimentichiamo che all’epoca le donne non potevano ancora arruolarsi), sempre pronte a servire la propria nazione e anche a supportare moralmente i soldati in missione.
Il presente documentario sembra seguire inizialmente, dunque, una linea ben precisa, dando sì spazio al personaggio di Suzanne Mitchell, ma concentrandosi (quasi) esclusivamente sulle ragazze e sulla loro singolare vita. Dalla seconda metà in poi, però, ecco che Shapiro sembra improvvisamente voler seguire un’altra linea, dando sempre più spazio alla figura della Mitchell (alla quale, con il presente lavoro, si vuol fare un dichiarato omaggio) e acquistando, pian piano, toni sempre più nazionalisti e autocelebrativi (con tanto di musica in crescendo e vistose bandiere statunitensi che sventolano dietro la testa della direttrice intervistata). Tale, singolare cambio di rotta, però, altro non ha fatto che rendere l’intero lavoro eccessivamente sfilacciato e poco lineare, mal celando la confusione di intenti dello stesso regista, il quale, inizialmente, era anche partito assai bene.

Marina Pavido

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