Bangla

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6.0 Awesome
  • voto 6

Contro tutto e tutti

Quali difficoltà può comportare un amore tra due persone provenienti da culture diverse? In che modo si può trovare una via d’incontro tra due universi che, a prima vista, sembrano totalmente incompatibili? A dare una possibile risposta in merito ha pensato il giovane regista Phaim Bhuiyan, ragazzo di seconda generazione originario del Bangladesh, il quale ha realizzato il lungometraggio Bangla, sua opera prima presentata al Bif&st 2019, dove a essere messo in scena è il rapporto amoroso tra un giovane ragazzo di origini bengalesi e una sua coetanea italiana.
Prendono il via, così, le tragicomiche vicende di Phaim (impersonato dallo stesso Bhuiyan), un ragazzo di ventidue anni che lavora come steward in un museo ed è originario del quartiere di Torpignattara, dove ha sempre vissuto da anni. Il ragazzo, appassionato di musica e con una piccola band in cui suona, fa la conoscenza, in un locale, della bella e indipendente Asia (Carlotta Antonelli). Tra i due è subito amore, ma il fatto che Phaim sia musulmano – oltre a diverse differenze caratteriali – crea ai due non pochi problemi.

Questa opera prima di Bhuiyan – commedia sentimentale dalle forti tinte autobiografiche – mal cela una forte voglia di dire la propria e di dar vita a qualcosa di strettamente personale (non dimentichiamo che lo stesso regista ha iniziato la propria carriera come videomaker indipendente), ma, allo stesso tempo, sembra fortemente risentire dei dettami delle produzioni cinematografiche nostrane per quanto riguarda i film di grande distribuzione. Lo dimostra l’eccessivamente abusata voice over, presente non soltanto in apertura del lungometraggio – atta a far sì che il protagonista si presenti al pubblico – ma anche durante l’intera durata dello stesso, risultando a tratti eccessivamente ridondante e finendo per doppiare pericolosamente le immagini.
E se, dunque, sovente ci si diverte con riuscite gag – mai banali o scontate, ma spesso intelligentemente autoironiche – o grazie a personaggi che, pur non comparendo spesso, fanno ugualmente sentire la loro presenza scenica – vedi, ad esempio, l’amico del protagonista che passa interamente le sue giornate al parco a fumare sigarette e a guardare i passanti – è come se, malgrado gli evidenti sforzi, malgrado una sincerità di fondo che ha fatto sì che un prodotto come Bangla prendesse vita, il lungometraggio non decollasse mai davvero, finendo per somigliare – nonostante gli attuali temi trattati – alle numerose commedie post adolescenziali prodotte ogni anno in Italia. A questo punto, però, come già accennato all’inizio, non si sa quanta “colpa” abbia il regista in merito e quanta la produzione. Ma questo, ovviamente è un discorso a parte.
Se c’è, tuttavia, qualcosa che del presente lavoro ci colpisce parecchio, è proprio il ritratto del quartiere di Torpignattara, con la sua caratterizzazione multietnica, le sue strade affollate, i suoi ampi spazi verdi e, non per ultimi, i suggestivi murales che stanno a impreziosire i suoi palazzi. Tale quartiere, trattato alla stregua di un vero e proprio personaggio, è spettatore silente delle numerose storie che, ogni giorno, accadono per le sue strade. La storia di Phaim e Asia è solo un capitolo a sé di questa ricca antologia.

Marina Pavido

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