Banat – Il viaggio

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Di doman non v’è certezza

Quant’è bella giovinezza
che si fugge tuttavia!
Chi vuol essere lieto, sia:
di doman non v’è certezza”

Vi chiederete perché siamo andati a scomodare niente di meno che i celebri versi de Il Magnifico per introdurre la recensione di Banat – Il viaggio. Cominciamo con il dire che non c’è alcuna corrispondenza spazio-temporale, né particolari analogie nel racconto, nei personaggi, nelle epoche e nelle ambientazioni, tra l’opera letteraria di Lorenzo de’ Medici del 1490 e la pellicola scritta (a quattro mani con Ezio Abbate) e diretta da Adriano Valerio nel 2015.
In anteprima alla Settimana della Critica della Mostra del Cinema di Venezia 2015 e nelle sale a partire dal 7 aprile 2016 con Movimento Film, non prima di essere transitato nel concorso per le opere prime e seconde del Bif&st 2016, il film racconta la storia di Ivo e Clara. I due vivono a Bari. Ivo è agronomo, ed ha appena accettato un’offerta di lavoro in Romania. Clara esce da una difficile storia d’amore. S’incontrano per caso nell’appartamento dell’eccentrica Signora Nitti: lui è affittuario uscente, lei la nuova inquilina. E si riconoscono all’istante, entrambi sospesi tra una vita che finisce e una nuova che comincia. Poi Ivo parte per la Romania, mentre Clara resta in Puglia. Quest’’ultima, però, quando perde il suo lavoro in un cantiere navale decide di raggiungerlo. Insieme condividono lo spaesamento in una terra straniera e l’incertezza del futuro, così come la sensazione di un amore che sta nascendo. L’esilio dalla loro terra è l’unico modo per essere felici?
A questa domanda ovviamente non saremo noi a dare una risposta, compito che spetta invece a Valerio e al suo film. Solo la visione potrà sciogliere i nodi, anche se non fino in fondo, perché per dare delle risposte complete a certe domande non possono essere sufficienti ottanta minuti circa come quelli a disposizione della timeline di Banat. Personalmente abbiamo apprezzato questa scelta di rimanere sospesi, di non chiudere completamente il cerchio per far quadrare tutto e a tutti i costi, proprio perché, come disse anni or sono l’illustre scrittore, poeta, mecenate e umanista fiorentino: “di doman non v’è certezza”. Ivo e Clara sono solitudini alla deriva che un giorno si intersecano, le cui uniche certezze sono proprio le incertezze della vita e del futuro. Dalla loro parte hanno solo la giovinezza e la libertà, anche se nessuno è mai totalmente libero, ma anche la possibilità di fuggire; e infatti fuggono, lasciando l’Italia per andare in Romania. Fuggire è il più delle volte il rimandare un qualcosa oppure il tentativo di mettersi alle spalle il passato. Probabilmente, la titubanza iniziale e le scuse trovate da Ivo (il suo rimandare la partenza per qualsiasi motivo e il chiedersi centinaia di volte “Parto o non parto?”) per non lasciare Bari, nella prima parte del film, sono legate a entrambe le motivazioni.
Basta leggere la sinossi per rendersi immediatamente conto di quanto distanti possano essere, con la seconda che di certo non è la trasposizione cinematografica della prima, eppure in quei versi che abbiamo estrapolato dalla famosissima “VII Canzona di Bacco” dal titolo “Il trionfo di Bacco e Arianna” sembra albergare parte dell’essenza tematica e drammaturgica presente nello script. Nonostante le abissali differenze, per qualche strano meccanismo celebrale, il pensiero torna però diritto a quei versi. Sarà la natura letteraria insita nel tema del viaggio e di come il regista milanese, qui alla sua prima esperienza sulla lunga distanza dopo quella pluri-premiata del cortometraggio 37° 4 S, ha deciso di trasporla sullo schermo con un road movie che si muove lungo un’asse che collega la Puglia al Banato (Banat in rumeno e tedesco), regione dell’Europa Centrale, politicamente divisa tra la Serbia, la Romania e l’Ungheria. E approdare in quella terra scissa e contesa acquista, da un punto di vista drammaturgico, un significato ben preciso e profondo, che nella scrittura di Valerio si fa presto metafora di scollamento, precarietà e incertezza, un po’ come le condizioni umane, emotive e lavorative che stanno vivendo i due protagonisti. Senza dimenticare il rapporto sentimentale che li unisce,  anch’esso barcollante, struggente, passionale e sfuggente, che per natura ha sempre trovato terreno fertile nella poesia tanto quanto nella letteratura e nel cinema. Per poi consolidare il tutto con un link al presente che è dato dall’asprezza della vita che si fa sempre più difficile da sopportare, a causa della mancanza del lavoro e della crisi economica, con la fuga all’estero che rimane l’unica uscita d’emergenza disponibile e possibile.
Purtroppo, tutto questo “magma incandescente” resta in gran parte cristallizzato fra le pagine dello script e nella loro trasposizione. Si ha come la sensazione di trovarsi al cospetto di una barriera invisibile che non consente alle emozioni di oltrepassare lo schermo e di raggiungere lo spettatore, con quest’ultimo che a sua volta fa fatica a instaurare un filo diretto con il film, ad appassionarsi veramente alla storia e soprattutto a entrare in empatia con i suoi protagonisti. Sta qui il limite dell’opera, il peso che la inchioda alla soglia della sufficienza e che non le permette di spiccare il volo. Limite che non riesce a nascondersi nemmeno dietro i lunghi silenzi, quelli che scandiscono il ritmo sinuoso e disteso del racconto. La narrazione scivola su tempi dilatati e rarefatti, che riportano la mente del cinefilo al cinema d’autore francese e anche a quello scandinavo o dell’est. In questo, Banat ci sembra un film molto poco italiano e più europeo, soprattutto dal punto di vista formale e della messa in quadro.  Valerio ha uno sguardo attento sulle cose e sulle persone, tantissima cura nella scelta, che vanno di pari passo con un certo gusto nella composizione delle inquadrature e con un approccio registico di tipo documentaristico, ben supportati da una fotografia molto naturale. Tutto questo colpisce, dà sostanza all’operazione, così come le convincenti performance davanti la macchina da presa del duo Gabbriellini-Radonicich (con la Degli Esposti sempre all’altezza della situazione e utile alla causa, qui nei panni della cinica e arrabbiata Signora Nitti), ma non basta ad abbattere quella barriera invisibile della quale si parlava in precedenza.

Francesco Del Grosso

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