William Friedkin’s Masterclass

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La Lezione di Bill al Lucca Film Festival 2016

La Masterclass di William Friedkin, tenutasi il 4 Aprile presso il Cinema Moderno di Lucca e introdotta dai giornalisti  Daniela Catelli e Gabriele Rizza, ha ripreso alcuni degli argomenti affrontati durante la conferenza stampa e ne ha introdotto di nuovi altrettanto interessanti. La lezione del regista americano è iniziata con una riflessione sul realismo cinematografico e sui suoi limiti: “Ci sono film che sostanzialmente rispecchiano la realtà, come praticamente tutti i miei film, e poi ci sono film come quelli di Fellini. Ho sempre ritenuto molto più semplice fare film di realtà. Pensate all’inizio di Otto e mezzo: potrebbe sembrare una banale scena di traffico, ma non è affatto una scena di traffico. C’è quest’uomo a cui manca l’aria, che guarda altri automobilisti e vede che cercano di scappare da veicoli…non c’è nessun vero suono. Allora ecco che esce e fluttua nell’ aria. Io non dispongo in alcun modo dell’immaginazione necessaria ad ideare qualcosa del genere. E per me quella è la scena più bella e rappresentativa di chi attraversa un travaglio interiore mentre è imbottigliato nel traffico e cerca di liberarsene. Vale dieci Il braccio violento della legge, anche se tutte le sue scene sono vere, come quella della rincorsa. Il cinema per me dovrebbe essere un’opera di immaginazione. Un giorno spero di realizzare un film bello almeno la metà di quelli di Fellini. Ecco, il mio consiglio per chi nella vita vuole fare cinema, è questo: non copiate. Usate la vostra immaginazione, ciascuno ne ha una unica. Sentite quella.
Al regista viene fatto notare che il pubblico presente alla conferenza e che ama il suo cinema non lo considera certo inferiore a quello di Fellini: dopotutto anche Friedkin ha fatto ricorso a delle sequenze oniriche, come quella de L’esorcista e de Il salario della paura. Spesso si parla del suo cinema come esponente di un realismo visionario, una sorta di sintesi delle due tendenze. “Per me L’esorcista doveva essere un documentario. Il fatto che viene raccontato è realmente accaduto nel 1949. Abbiamo i diari del prete e dei dottori, e anche degli altri pazienti in ospedale, che sentivano le urla del ragazzo posseduto, al quale cambiammo sesso per motivi di privacy. Credevo totalmente nella realtà della storia, che per me rimane un vero caso di possessione e di esorcismo. Ce ne sono molte altre a cui non credo affatto. La stessa cosa vale per Il braccio violento della legge. Sono cose che ho visto accadere, e dopotutto il mio background consisteva nell’aver girato dei documentari. Ma avrei decisamente preferito fare film basati sulla mia immaginazione. Le persone vogliono evadere quando vanno al cinema, non devono essere immersi di nuovo nella realtà. Anche la musica é una forma di evasione, ci fa sentire felici, tristi… E anche l’arte. Conoscete Bosch? É più della realtà, come i film di Fellini, sono sull’anima e sullo spirito umano”.
La discussione si sposta su un argomento già affrontato durante la conferenza, quello del mutato rapporto della settima arte con la tecnologia. “Le nuova tecnologie rendono possibile al regista di mostrare qualsiasi cosa al suo pubblico. Oggi grazie alla computer generated tecnology può essere mostrato l’interno del Vaticano in un modo che sia convincente, addirittura lo spazio. Quando realizzai i miei film, non avevamo niente del genere. Facevamo del nostro meglio costruendo set e miniature. Negli anni ‘70 se volevo far vedere una persona in piedi che parla davanti ad un pubblico l’avrei filmata in piedi mentre fa i suoi discorsi, non avrei pagato tutti voi per rappresentare il pubblico. Oggi invece vi posso creare al computer, e le persone al buio là in fondo posso rappresentarle come figure appena accennate. Così si fanno i film oggi, non hanno davvero tutte quelle persone, le disegnano. Se fossi un ragazzo di oggi, non so se vorrei fare film…ma se li volessi fare, imparerei la computer graphic, questo è il presente e il futuro del cinema e per quanto mi riguarda è alquanto oscuro. Infatti oggi non vedo molti film, preferisco rivedermi quelli vecchi. Oggi gran parte dei film americani sono cinefumetti, e al pubblico piacciono. Penso che ogni generazione debba avere il suo cinema di riferimento, una sua preferenza, e va bene, ma io preferisco i film fatti a mano. Ma ricordate in ogni caso questo: anche oggi il cinema resta la forma d’arte più collaborativa. Anche se è il regista a ricevere i premi e critiche, ci sono migliaia di persone anche dietro ad un piccolo film, ci sono gli attori, gli sceneggiatori, gli addetti alle luci, al set, i montatori…il regista è solo il capitano della nave. Ma se il capitano non ha un equipaggio, la nave non va da nessuna parte. Questo in contrapposizione rispetto a tutte le altre forme d’arte. Allo scrittore serve solo se stesso, più carta e penna. Puccini era solo. Lo stesso vale per un pittore, è solo con i colori e i pennelli. Ma i registi lavorano con un lapis di dieci tonnellate”.
Ricordando che le sue ultime due opere sono state girate in digitale, viene domandato al regista cosa pensa di chi rimane affezionato alla pellicola, come ad esempio Quentin Tarantino. “Sì, Killer Joe e Bug sono stati girati con il digitale, e trovo che le macchine digitali siano meravigliose. Non penso si debba conservare la pellicola da 35 mm. Come non ritengo di voler ascoltare un’incisione di Caruso sull’originale formato gracchiante. Sono gli stessi problemi che si incontrano quando si proietta una pellicola, si rompe, e anche l’audio non risulta limpido. I film digitali fanno sì che gli spettatori vedano quello che vede il regista quando guarda in camera, un’immagine pulita. Chi preferisce la pellicola al digitale preferisce girare in carrozza piuttosto che in bici. Il digitale è il presente, non il futuro.  Oltretutto con gli anni si deteriorano i colori con la pellicola, mentre per quanto ne sappiamo con il digitale i colori rimangono intatti. Ma non mi piace che le persone vedano film su un ipad o sul pc, i film devono essere visti su grande schermo, in qualsiasi formato. Chi non concorda alzi mano, mi piace dialogo, a questo serve politica. Ma i film che giro in digitale riproducono il colore e le varie tonalità meglio di qualsiasi mezzo, o non vi ricorrerei. Alcune delle persone che hanno visto i miei film riprodotti digitalmente dicono che sono troppo puliti, pensavano vi avessi messo graffi e polvere volontariamente! No! Qualcuno negli anni ‘70 lo faceva, come Cassavetes. Ma io lo paragonerei ad un autore che pubblica un libro pieno di parole illeggibili e di pagine accartocciate. Per me la pellicola è solo una parte del processo, non è il film: a certe persone piace vedere il processo, a me no, quel processo è stato imposto da una tecnologia primitiva”. Inoltre il processo della stampa è in sé molto imperfetto. Ho supervisionato ogni singola stampa dei miei vecchi film. Ogni rullo usciva dalla stampa a volte verde, a volte rosa, e per ogni rullo ne buttavo via 50! Non tutti i controllavano come me la fase della stampa, e quindi il pubblico vedeva una pellicola con varie tonalità cromatiche, e la loro mente compensava. Questo col digitale non succede. Non ci sono negativi, non ci sono stampe imperfette”.  Viene domandato a Friedkin di tornare sul suo amore per Buster Keaton, espresso durante la conferenza stampa. “Per me è uno dei più grandi registi della storia. Sette/otto sue scene si inseguimento fanno sembrare le mie quelle di un amatore….non so come ci sia riuscito. Per fortuna non avevo visto suoi inseguimenti prima di girare Il braccio violento della legge, o non avrei filmato i miei. Non sono voluto diventare un pittore perché vidi le opere di Raffaello, Giotto…e dopo che lessi Proust, Stendhal decisi che non avrei mai scritto un romanzo. Semplicemente non vidi ancora un film che mi intimidisse davvero, infatti non vidi Buster Keaton”.
Dal pubblico arriva una domanda sulle colonne sonore, e in particolare su quella de Il Salario della paura, composta dal gruppo di musica elettronica tedesco i Tangerine Dream. “Per me la colonna è del tutto separata dal film. Non voglio che dica al pubblico come si deve sentire. Infatti è stata sempre composta a parte, non mentre il film veniva girato o montato. Il suono ha un posto importante nei miei film. Prendete ad esempio L’esorcista: per girare la scena in cui la bambina ruota la testa di 360 gradi, ci sono voluti mille tentativi per arrivare ad un suono che riproducesse un rumore credibile ed efficace. Alla fine ricorremmo ad un vecchio portafogli con carte di credito all’interno. Abbiamo piegato e rotto questo portafoglio vicino ad un microfono, e questo ha riprodotto il suono delle ossa quando si incrinano. In esorcista uso frammenti musica classica esistente, musica diversa che mi ispiro per altri film. Ma non chiesi mai a nessuno di scrivere musica per il film, solo di comporre le loro impressioni riguardo a quel che avevo confidato loro riguardo al film prima ancora di realizzarlo, poi inviavo la sceneggiatura e invitavo a comporre basandosi solo su di essa”.
Segue la richiesta di un chiarimento riguardo i due diversi finali del film Rampage (in Italia conosciuto con il titolo di Assassino senza colpa?): “Quando girai Rampage per la prima volta ero contrario alla pena di morte, assolutamente. Poi con gli anni ho cambiato idea: se adesso avessi l’opportunità di sparare ad Hitler, lo farei senza alcun dubbio. Me ne vergogno, e chiedo perdono a voi e ancor più a Dio per questo mio cambio d’opinione, ma è così”.
Al regista viene poi chiesto di ricordare il suo incontro con Fritz Lang. “Intervistai Lang alla fine degli anni ’70. Sentii che era vivo e viveva a L.A. Chiesi il suo numero di telefono, poi chiesi di chiamarlo per poterlo incontrare. Se avete visto i suoi film, penso capiate perché lo volevo incontrare. Chiamai F. Lang: “Cosa vuoi?” mi disse. Gli risposi che ero William Friedkin e che avrei voluto incontrarlo. “Non so chi sei e non voglio conoscerti” troncò. Giorni dopo, qualcuno gli parlò di me e mi richiamò. Andavo a casa sua e si parlava a lungo del suo lavoro. Era fragile al tempo. Una volta gli chiesi se potevo portare due cineprese che ci avrebbero filmato mentre parlavamo. Acconsentì per riprendere un’ora, per cinque giorni. Mi raccontò cose interessanti. Finite le registrazioni, le misi tutte nel mio garage. Quando poi a Torino mi consegnarono il premio alla carriera, mi chiesero dove fossero quelle interviste. Risposi che erano probabilmente giù nel mio garage. Se ce le mostrerà, mi dissero, possiamo proiettarle in anteprima durante il Torino Film Festival. Allora le tirai fuori, le guardai, e mi resi conto che erano molto interessanti. Lang mi aveva raccontato che all’inizio della sua carriera aveva girato una serie di film sul dottor Mabuse, per molti versi un personaggio simile ad Hitler, che proprio all’epoca stava emergendo in Germania. Questi film di Lang erano una satira tagliente della figura di Hitler. Nel 1932 il partito nazifascista prese il potere. Lang ricevette una telefonata da Goebbels, il ministro della propaganda. Pensò di essere un uomo morto. Convocato da Goebbels, andò su e giù per i corridoi interminabili del ministero, in cui risuonavano solo i suoi passi. Si trovò nel più grande ufficio mai visto, e in fondo si ergeva la scrivania di Goebels, su una piattaforma in alto. Lang si sedette in una postazione che esigeva guardasse in alto per interloquire con Goebels. Goebbels ancora non si era presentato, e Lang guardò fuori dalla finestra: c’era un edificio con un enorme orologio, e fissava scorrere quelli che pensava essere gli ultimi secondi della sua vita. Dalla porta dietro la scrivania uscì Goebbels, basso e zoppicante. Fece le scale per arrivare alla scrivania. Guardò Lang, e disse che lui e Hitler amavano i suoi film e lo consideravano il più grande regista tedesco, e che volevano facesse film che illustrassero i valori e la potenza del Terzo Reich. Lang era sotto schock, senza pensarci troppo disse che sua madre era ebrea. Goebbels unì le mani, sorrise, e chinandosi in avanti sentenziò: “Noi decidiamo chi è ebreo”. Lang ringraziò Goebbels, uscì tremando e lasciò la Germania quella notte stessa”.
Poiché molti dei suoi lavori sono incentrati sulla paranoia, la schizofrenia e le ossessioni, viene chiesto al regista cosa in particolare lo attragga del nostro lato in ombra. “Penso che in ognuno di noi convivano parti uguali di bene e di male. Senza male non esisterebbe neanche il bene. C’è una continua lotta in ognuno di noi, affinché il bene vinca. C’è forse qualcuno che non si arrabbia mai qui? Non sentite mai crescere dentro di voi una rabbia cieca e indomabile? Io penso che la esperiamo ogni giorno, e sono poco a poco riusciamo davvero a prevenirla…a volte gli uomini perdono questa battaglia, e arrivano ad uccidere. Conoscevo O. J. Simpson, mi sembrava una brava persona e mi piaceva, ma ha effettivamente ucciso delle persone. Era l’uomo più popolare in America, un famoso giocatore di football, ma uccise la moglie e la giovane cameriera. Qualcosa si era improvvisamente rotto, e un ruolo centrale è stato sicuramente rivestito dalle droghe, di cui si dice facesse largo uso. Trovo che le droghe siano una delle peggiori maledizioni che Satana abbia portato in terra. Sono malefiche. Non usatele”.
Il pubblico domanda al regista perché non è stato lui a dirigere la seconda stagione della miniserie True Detective, incarico che inizialmente gli era stato proposto. “Si, ero in lizza per dirigere la seconda stagione di True Detective. La prima stagione è molto bella e la considero una serie molto buona. Mi venne inviato lo script della seconda, con il quale non mi è riuscito di sentire alcuna particolare connessione, allora rifiutai”.  Dato che i due registi vengono spesso accostati per la loro carica visionaria, viene domandato a Friedkin se ha di Lynch la stessa opinione che ha di Fellini: “Trovo che Fellini filmi suoi sogni. Lynch invece filma incubi, e anche molto bene…è una classe a sé, e ammetto di non capire tutti suoi film, ma in fondo non devo capirli. Sono molto disturbanti, e li adoro per lo più tutti quanti, anche se in questi ultimi anni ha preso un po’ la tangente, si é allontanato dal suo pubblico, che prima aveva in mano”.
Alla domanda riguardante la sua passione, oltre che per i polizieschi, per il cinema noir, Friedkin risponde: “Non ho una particolare passione per generi precisi, ho una forte passione per tutto il cinema, per la commedia, per le love story….avrei voluto dirigere di tutto, e in primo luogo dei musical americani. Adoro Un americano a Parigi, Cantando sotto la pioggia, Spettacolo di varietà, Sette spose per sette fratelli…Amo quei film, li trovo magici. Avrei tanto voluto fare dei film così, ma quelle canzoni provenivano dal grande libro delle canzoni americane, e oggi non ci appartengono più. L’American songbook è stato molto influenzato da Puccini. La mia maggiore soddisfazione è stata dirigere Suor Angelica. E sul palcoscenico ho voluto far apparire la Vergine come su indicazione di Puccini. Il direttore d’orchestra mi disse di non farlo, perché era un ex cattolico che adesso non credeva più. Risposi che non mi importava, che il compositore aveva chiaramente scritto che appariva l’angelo della misericordia, non che una luce o l’ombra di un crocifisso si proiettava in terra. Tutti i componenti del pubblico erano in lacrime dopo Suor Angelica, anche io, e il direttore del teatro alla fine mi disse: “Stasera hai convertito al cattolicesimo tutta L.A.”.
Con l’ultima domanda si torna a parlare dell’ingresso della tecnologia nel panorama cinematografico: “I nuovi registi hanno scoperto la tecnologia, che molto spesso finisce per essere più importante della storia e dei personaggi. Molti vanno al cinema solo per godere delle meraviglie della tecnologia. La trama e i personaggi ne soffrono. L’unica speranza è che gradualmente la tecnologia possa servire la storia e i personaggi. Ora come ora persevera nel sovrastarli. Molti film vengono dal fumetto e dai videogames. I giovani li amano. La mia generazione andava al cinema per essere coinvolta dalla storia e dai personaggi. Oggi i cinema americani non danno più film italiani. Quando ero giovane si proiettavano Rossellini, Fellini… adesso molto pochi. Molti non vogliono vedere un film tradotto o sottotitolato, eppure non sembrano disturbati da Batman e compagnia. Ammetto che a me non interessa tutto ciò, ma spero che prima o poi la storia prevalga sulla tecnologia”.
Friedkin si scusa di dover andare via, ma non ha un impegno da poco: deve recarsi a Roma per incontrare un vero esorcista, che ha molto amato il suo film.

Ginevra Ghini

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