Absolution

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7.0 Awesome
  • voto 7

Colpevoli, ma innocenti    

Una coppia di giovani sposi in attesa di un bambino. Un incidente stradale. La morte di un uomo. La responsabilità, il senso di colpa ed il dolore di una moglie. Presentato in occasione del Nordic Film Fest 2016, a Roma, Absolution – per la regia del finlandese Petri Kotwica – si è rivelato un interessante thriller psicologico, che mette lo spettatore nella condizione di immedesimarsi nei protagonisti, ponendosi, a sua volta, non poche domande su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato nel momento in cui ci si trova a dover affrontare una complicata situazione come quella raccontata nel lungometraggio.
Kiia e Lauri sono una coppia affiatata ed innamorata. Lei è organista, mentre lui pastone della chiesa luterana ed entrambi stanno per diventare genitori. Un giorno Kiia, durante un viaggio in macchina, avverte forti dolori dovuti alla gravidanza ed i due hanno un incidente, durante il quale perderà la vita un uomo che stava attraversando la carreggiata. A questo punto Lauri deciderà di lasciare la vittima per strada, chiamando, invece, un’ambulanza che soccorra la donna in procinto di partorire. Questa decisione, ovviamente, porterà con sé pesanti conseguenze.
Ottima riuscita per questo ultimo lungometraggio di Kotwica. Il cineasta, infatti, ha saputo mettere in scena con grande maestria l’intimo dei personaggi qui raccontati, trattando, allo stesso tempo, temi non facili come il senso di colpa e l’esigenza di espiare i propri peccati. Tratto da un episodio accaduto qualche anno fa al regista stesso – fortunatamente senza conseguenze drammatiche – Absolution non ha la pretesa di proclamare una verità universale, ma, semplicemente, attraverso questo magico strumento che è il cinema, si “limita” a giocare con lo spettatore, inscenando un vorticoso loop mentale in cui i protagonisti sembrano perdersi e ritrovarsi, per poi perdersi di nuovo. Ogni personaggio è vittima e carnefice allo stesso tempo e – nel corso della vicenda – vede l’alternarsi di questi due ruoli in modo talmente sottile e repentino da spiazzare e disorientare lo spettatore come difficilmente avviene durante una visione.
Poco contano, a questo punto, le non sempre riuscite ellissi spazio-temporali o le sporadiche incongruenze presenti a livello di scrittura. Quello che fa da attore principale, qui, è proprio un intenso ed appassionante gioco di immagini, che, riducendo al minimo i dialoghi, descrive minuziosamente – infondendo anche un profondo senso di inquietudine – ciò che avviene all’interno della mente dei protagonisti.
Intensi primi piani, inquadrature sghembe ed un raffinato gioco di specchi e riflessi sono, pertanto, i principali responsabili dell’effetto di questo lavoro di Kotwica, che pur non essendo il primo lungometraggio a mettere in scena un argomento del genere, si afferma, ad ogni modo, come uno dei più interessanti thriller psicologici (anche se questa classificazione risulta oltremodo riduttiva) della Scandinavia, prodotti negli ultimi anni. Una visione che regala – al suo termine – la soddisfazione di aver ben speso un’ora e mezza del nostro prezioso tempo. Cosa, questa, che – come abbiamo già avuto modo di accorgerci – accade molto, ma molto raramente.

Marina Pavido

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