Attack of the Lederhosenzombies

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7.0 Awesome
  • voto 7

Gli zombi zompano in Austria!

Anche nelle più rinomate località sciistiche, se non si fa attenzione, si può cadere vittima delle poco gradite attenzioni di qualche morto vivente. E a quel punto potrebbe rendersi necessario spappolargli il cervello a colpi di snowboard! Tra le spesso frastornanti proiezioni di mezzanotte, programmate durante l’edizione 2016 del triestino Science + Fiction, quella di Attack of the Lederhosenzombies è stata senz’altro una delle più apprezzate, complice l’incedere così simpaticamente sguaiato, folle, demenziale e fuori dagli schemi, cui ci abitua sin dall’inizio il lungometraggio. Tutto, come è ovvio che sia, travalicando volutamente i confini del politically correct e del buon gusto cinematografico. L’atmosfera al Miela si è così immediatamente scaldata. Ma a rendere più sapido l’appuntamento ci ha pensato pure l’ospite d’onore di una serata tanto particolare: sorprendentemente divertita dall’aver partecipato alle riprese dello scombinato B-movie, un’attrice come Margarethe Tiesel avvezza peraltro a collaborare con cineasti importanti (la ricordiamo icona del cinema di Ulrich Seidl, oltre ad essere stata nel cast di Nordrand della un tempo quotata Barbara Albert) si è prestata con gusto a introdurre la proiezione.

Sarabanda di invenzioni che dall’horror si spostano, senza soluzione di continuità, verso la sua parodia, il film diretto in modo scanzonato da Dominik Hartl è innanzitutto parafrasi irriverente e grottesca del folklore austriaco e, più in generale, dell’agiatezza di tante località vacanziere dell’arco alpino.
Come in certi analoghi prodotti cinematografici a stelle e strisce, è la rapacità del più spregiudicato imprenditore del posto a generare il patatrac: la sostanza da lui utilizzata per creare la neve artificiale (velata denuncia ambientalista) si rivela infatti il veicolo di una fulminante infezione, che trasforma rapidamente in zombi sia animali che uomini. Tra grottesche mutazioni, turisti famelici, slitte impazzite, snowboard letali, cervi posseduti e armi della Seconda Guerra Mondiale riciclate dalla valchiria di turno, se ne vedranno davvero delle belle…
Dominik Hartl fa poco per mettere ordine nel picaresco, effervescente materiale narrativo che ne deriva, con tutti i pro e i contro cui tale atteggiamento può portare. Ma in fondo fa bene a seguire questa strada. Quasi come un Peter Jackson prima maniera trapiantato nelle Alpi, il film-maker mitteleuropeo ci regala alcuni sketch niente male, nella loro demenzialità splatter. E in particolare l’iperbolica scena della danza nella baita, in mezzo a un nugolo di zombi in trance, è a suo modo da incorniciare.

Stefano Coccia

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