Aria

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Principio di soffocamento

Al termine di questa trentanovesima edizione del Fantafestival l’intenso e ansiogeno lavoro di Brando De Sica, Aria, è stato premiato con il Pipistrello d’Argento per il miglior cortometraggio italiano. Questa la motivazione offerta dalla giuria: “Per aver suggerito poeticamente la tematica della malattia mediante un linguaggio di genere che omaggia la migliore tradizione del cinema italiano.
Ed è senz’altro opportuno, a questo punto, ricordare anche i componenti di tale giuria: Gianclaudio Cappai, regista; Cristina Borsatti, sceneggiatrice; Giancarlo Marzano, sceneggiatore di Dylan Dog; Silvia Riccò, blogger di Horror Dipendenza; Alessio Di Rocco, redattore di Nocturno. Complimenti a loro. Quest’anno era un po’ più difficile del solito, scegliere tra i corti italiani, visto che il panorama di tali lavori non è sempre esaltante –  per usare un eufemismo – mentre stavolta due o tre eccellenze le abbiamo pur intraviste. Vedi ad esempio Dad, il nostro preferito in assoluto. Ma anche il cortometraggio del cineasta figlio di Christian De Sica e Silvia Verdone si è distinto positivamente, all’interno del concorso, sia per valori inerenti alla messa in scena, che per un sottotesto dalle lodevolissime implicazioni.

Aria. Mancanza d’aria. Senso di soffocamento. E il legittimo desiderio di tornare a respirare normalmente, facendo passare più agevolmente tra i polmoni anche la vita. Chi è asmatico (e tra costoro rientra anche l’autore di questo articolo) indubbiamente sa cosa vuol dire sentirsi limitati da tale patologia. Lode a Brando De Sica, quindi, per aver saputo catturare tale condizione, trasfigurandola poi secondo i canoni di un cinema di genere messo in scena anche con una certa raffinatezza.
Il tutto rimanda infatti al giallo e all’horror italiano anni ’70. Più in particolare a Suspiria di Dario Argento. Cromatismi cupi introducono alla lugubre atmosfera di una scuola di danza che, ghigni delle insegnanti compresi, ricorda da vicino l’analogo istituto della celebre pellicola poc’anzi citata. Le lezioni sono roba da lager nazista. I dormitori allucinanti ricoveri per corpi stanchi. E poi le ragazze, dall’aria emaciata, denutrita, che tentano barcollando di eseguire esercizi che mettono in luce la loro fatica non soltanto a muoversi, ma persino a respirare. Spicca tra loro una Demetra Bellina, fatina triste e aggraziata nonostante gli affanni, cui spetterà il compito di scavarsi un sentiero con le altre verso la luce. E verso quell’aria aperta così agognata, dopo aver stazionato a lungo nei tetri corridoi della scuola.
La metafora così si disvela, dopo aver blandito in modo tutt’altro che effimero e con indiscutibile eleganza stilistica quei territori dell’immaginario, indubbiamente legati al genere.

Stefano Coccia

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