Angels Wear White

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8.5 Awesome
  • voto 8.5

Sogni rubati

Cosa sono i sogni? Sono bambini vestiti di bianco, giovani spose a cavallo che passeggiano in riva al mare, o anche una felliniana statua gigante di Marilyn Monroe. I sogni sono la quintessenza della spensieratezza, il sale dell’infanzia, talmente effimeri da essere anche estremamente fragili. Capita sovente che, purtroppo, i sogni dei bambini – e la loro innocenza con essi – vengano infranti. Soprattutto in un mondo in cui siamo sempre più condizionati dall’apparenza e dal denaro. Ed è proprio questo che la giovane regista e produttrice Vivian Qu – rivelazione del cinema cinese contemporaneo – vuol raccontarci con il suo Angels Wear White, in Concorso alla 74° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.
Mia e Wen sono due ragazzine di sedici e dodici anni, ognuna delle quali è stata costretta a diventare adulta prima del tempo. Mia è orfana, non conosce con esattezza la propria data di nascita e lavora come donna delle pulizie e receptionist presso un hotel in riva al mare. La sua vita cambierà nel momento in cui, da uno dei monitor di sorveglianza, assisterà all’aggressione di due bambine da parte del direttore dell’hotel. Una di queste due bambine è la piccola Wen.
Due storie che vanno in parallelo, due ragazzine costrette a vivere un’età non loro, il forte desiderio di riappropriarsi delle proprie vite. E di non smettere mai di rincorrere i propri sogni. Non sono storie facili da digerire, quelle qui messe in scena da Vivian Qu. Eppure, malgrado la durezza degli eventi, malgrado la drammaticità e la portata dei temi trattati, notiamo – perfettamente in linea con la poetica orientale – una sorta di toccante, ma mai banale o eccessivo, lirismo di fondo. Ed ecco che la macchina da presa, dallo sguardo discreto ed affettuoso, non si allontana quasi mai dalle due giovani protagoniste, restando in una dimensione narrativa interna alla loro percezione degli eventi: sono rari i momenti – uno tra questi, il dialogo tra i genitori di Wen – in cui nessuna delle due ragazze è presente in scena. Particolarmente giusti risultano, dunque, gli intensi primi piani o i campi medi che ci mostrano le due ragazze vagare sulla spiaggia apparentemente senza meta, oppure ammirare, dal basso verso l’alto, l’immensa statua di Marilyn Monroe, nelle vicinanze dell’hotel. Statua che sta a simboleggiare, di fatto, l’infanzia, i sogni, un futuro roseo. In poche parole, quella dimensione ideale che ogni bambino dovrebbe vivere. E che va difesa a tutti i costi.
Al di là dei temi universali trattati, però, Angels Wear White si classifica come fedele ritratto della contemporaneità soprattutto per l’importante – ma mai ingombrante – presenza delle tecnologie all’interno della narrazione: è con il cellulare che Mia, in apertura del film, fotografa la statua di Marilyn; è attraverso un monitor di sorveglianza che la stessa si accorge dell’aggressione subita dalle due bambine. L’atto del vedere attraverso uno schermo, grande o piccolo che sia, viene qui trattato, dunque, con profonda consapevolezza, esattamente come la postmodernità vuole che venga fatto.
Al di là della buona riuscita del lungometraggio in sé, al di là dell’impatto che esso può avere sul pubblico, però, basterebbe la scena finale – in cui vediamo Mia correre in motorino e venire sorpassata, in autostrada, da un furgone che trasporta l’ormai danneggiata statua di Marilyn – a rendere Angels Wear White un film indimenticabile. Una scena che è soprattutto un altro dei tanti regali che il Cinema ha voluto farci. E che custodiremo gelosamente dentro di noi.

Marina Pavido

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