La casa sul mare

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

La resilienza

Una delle prime immagini dell’ultima opera di Robert Guédiguian è proprio il mare, che conferisce subito una sensazione duplice e quasi ossimorica per la zona selezionata: da un lato si pensa subito all’orizzonte che si allarga; dall’altro viene in mente una conca rassicurante. Siamo nella calanque de Méjean (a Marsiglia), un luogo che ha da sempre ispirato il cineasta inducendolo a pensare a un teatro; ne La villa (nella versione italiana La casa sul mare) diventa sfondo di una vera e propria resilienza tutta umana. «Le colorate casette incastonate nelle colline sembrano nulla più che facciate, su di esse si affaccia un viadotto i cui treni sembrano giocattoli di bambini; l’apertura sul mare trasforma l’orizzonte in un fondale, come una tela dipinta, soprattutto con la luce invernale quando ormai tutti se ne sono andati. Allora diventa un set abbandonato, malinconico e bellissimo», ha dichiarato il regista de Le Voyage en Arménie.
Sulla baia, sorge, infatti, una villa (da cui il titolo) proprietà di un signore anziano; un malore lo riduce in silenzio e non più autosufficiente, ma ha come conseguenza “positiva” la reunion dei suoi figli. Ad accoglierli c’è Armand (Gérard Meylan), l’unico a essere rimasto, verrebbe da dire, per fedeltà alla causa (gestendo un ristorante) o, allargando il campo, per attaccamento alla propria terra. Joseph (Jean-Pierre Daroussin) si presenta con una ragazza molto più giovane di lui, mentre Angela (Ariane Ascaride) torna da Parigi portando con sé anche il suo charme da attrice. «Tutti questi uomini e tutte queste donne condividono gli stessi sentimenti: sono in una fase della vita in cui si ha profonda consapevolezza del tempo che passa e dei cambiamenti del mondo. Le strade che hanno a lungo spianato si stanno gradualmente ricoprendo e devono essere costantemente mantenute, altrimenti se ne dovranno creare di nuove».
Sulla carta il plot richiama una storia già vista e sentita, ma il modo di posar lo sguardo su questi esseri umani riesce a coinvolgere la platea di turno, senza contare il colpo di scena (strettamente connesso all’attualità) che darà una sterzata di vitalità. «Alcuni bambini sopravvissuti al naufragio si sono nascosti tra le colline. Sono due fratelli e una sorella: sembrano fare da eco ai tre protagonisti, Angèle, Joseph e Armand».
Questo “ritrovarsi” fisico nella casa d’infanzia, costringe i fratelli a far i conti con utopie e fragilità magari nascoste anche a se stessi e uno dei punti più interessanti de La villa sta in come emergono, ponendo in campo un “gioco” di parole, silenzi e gesti tra generazioni e anche estrazioni varie. La zona è abitata da pochissime altre persone, tra cui una coppia di anziani tramite cui ci arriva un’onda di dignità e orgoglio, pronta a scuotere gli equilibri con ciò che compiranno, dando nei fatti il là per proseguire sulla propria strada loro e il figlio.
L’anziano padre su cui vegliano i figli, d’altro canto, diventa metafora di qualcosa di più grande, inducendoci a pensare alla patria-nazione ed è come se – ora tra le righe, ora con discorsi e interrogativi espliciti – Guédiguian denunci quanto le utopie rivoluzionarie di un comunismo che fu siano state disattese. Man mano che il plot si dipana ci si interroga sulla stessa fraternité, un valore tanto decantato quanto spesso dimenticato, fino al momento in cui qualcosa scatta anche a causa degli eventi. Il regista già in passato aveva esplorato la sia terra d’origine – per l’appunto Marsiglia – e ora sembra ritornarvi con una consapevolezza differente, dove la melanconia si è evoluta in riflessione. Ci fa assaporare il disincanto degli ideali per poi restituire ai nostri e a noi uno sguardo gioioso e fiducioso. Se si è assistito alle visioni de La villa e di The Leisure Seeker durante la 74esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (tra l’altro a distanza di poche ore l’uno dall’altro) un fatto – o meglio una scelta di una coppia – li accomuna, seppur le storie siano diverse e questo ci porta a riflettere sul valore del tempo, non solo nell’accezione anagrafica, ma anche di generazioni per cui (forse) il tempo è scaduto.
«Piccoli sentieri collegano grandi strade» e anche se quest’affermazione viene detta rispetto alla confermazione del territorio, post-visione, ci è apparsa significativa e metaforica ed è questa suggestione che vogliamo rilanciare, portandoci a casa la resilienza (ri)scoperta di questi uomini e donne.

Maria Lucia Tangorra

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