And Then There Was Light

0
6.5 Awesome
  • voto 6.5

Il passato ritorna

Prima delle due pellicole made in Japan presentate nella Selezione Ufficiale della 12esima edizione della Festa del Cinema di Roma (l’altra è Birds Without Names di Kazuya Shiraishi), And Then There Was Light è la storia di Nobuyuki è un adolescente che vive a Mihama, un’isola al largo della costa di Tokyo. Il suo amico Tasuku, che lo adora come se fosse un fratello, è vittima dei continui abusi da parte del padre. L’unica compagna di classe di Nobuyuki è la bella Mika. Un giorno Nobuyuki commette un violento crimine per proteggere Mika, e poco dopo un violento tsunami colpisce l’isola, spazzando via la maggior parte degli abitanti. 25 anni dopo, Nobuyuki vive con moglie e figli, mentre Mika è diventata un’affascinante attrice. Il loro passato sembra essere sepolto per sempre fino al giorno in cui Tasuku, l’unico testimone del crimine, riappare minacciando vendetta.
La sinossi dell’ultima fatica dietro la macchina da presa di Tatsushi Ōmori è per quanto ci riguarda assolutamente fuorviante, poiché promette allo spettatore di turno un mix di ingredienti che a conti fatti ritroverà nella ricetta in piccole dosi. Fuorviante, infatti, è la presenza nelle righe che accompagnano l’opera del cineasta nipponico di un qualcosa che vuole e tenta in tutti i modi di suggerire una dimensione di genere che risulterà al termine della visione ridotta ai minimi termini. And Then There Was Light è si un film ibrido che cambia pelle come un camaleonte a seconda delle pieghe che la storia prende di volta in volta, passando dal thriller psicologico al revenge movie, ma è il dramma a occupare una parte considerevole della timeline e a fagocitare tutto il resto. Quella di Ōmori è una storia di legami affettivi spezzati, di vendetta, di ossessione e di morte, ma anche una storia che parla del peso insostenibile del passato che torna a bussare alla porta per presentare il conto. Ma ciò che manca per essere un film di genere, o quantomeno qualcosa che si candida ad esserlo, è il richiamo e soprattutto l’utilizzo degli stereotipi e dei codici identificativi dei generi chiamati in causa. L’autore mette in campo le basi, ma poi le abbandona a favore delle dimensione drammatica legata al destino dei personaggi. Quest’ultimi hanno tutti dei fantasmi nascosti nell’armadio e un killer interiore pronto a mietere vittime. Il loro orizzonte degli eventi non contempla la possibilità di una futura redenzione. Non ci sono, infatti, vittime o carnefici tra di loro, ma tutti sono vittime e carnefici di se stessi.
I punti di forza della pellicola, dunque, vanno ricercati altrove e quel altrove è nella capacità di Ōmori di fare implodere sullo schermo folate di violenza improvvise e inaspettate che scuotono la fruizione, soprattutto quando questa si fa ostica a causa della durata e delle continue digressioni che alimentano lo script. Altro elemento determinante ai fini del galleggiamento dell’opera al di sopra della soglia della sufficienza è il lavoro che il cineasta giapponese fa sul piano metaforico, che rendono il film complesso e stratificato.

Francesco Del Grosso

Leave A Reply

quattordici + 13 =