Amur senza fin

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5.0 Awesome
  • voto 5

Panacea Kamasutra

Curioso film, nelle premesse, questo Amur senza fin, lungometraggio realizzato dal veterano regista elvetico Christoph Schaub e presentato nell’ambito della rassegna veneziana dedicata al cinema svizzero ad inizio 2019. In teoria intrigante perché si potrebbe definire, senza tema di smentita, una commedia erotica con malcelate ambizioni sociali. E per gran parte della visione pare di assistere, con un regresso temporale degno della saga Ritorno al Futuro, ad una di quelle opere piccanti di produzione tedesca tipiche degli anni settanta, ovviamente epurata delle sequenze maggiormente osé.
La naturale ambientazione nel Cantone dei Grigioni – ed il film è parlato anche in lingua romancia, oltre al tedesco – costituisce già un film a sé, dove manca solo Heidi per comporre un quadro in apparenza idilliaco. In tale contesto Mona e Gieri, coppia di mezza età con un paio di figli adolescenti, festeggiano vent’anni di matrimonio con un pranzo famigliare all’aperto, come da tradizione. L’inatteso arrivo, di lì a poco, di un parroco d’origine indiana contribuirà però a portare alla luce contrasti, crisi ed ipocrisie assortite nell’ambito di qualsiasi matrimonio esistente in un paesino scarsamente popolato.
Amur senza fin mette molta carne al fuoco, commettendo il determinante errore di non badare troppo al grado di cottura. Il sacrosanto desiderio di emancipazione femminile, esplicitato dalla ribellione di Mona di fronte ai palesi tradimenti adulterini di Gieri, viene ricondotto da Schaub sui binari di una banalissima, piccola, crisi coniugale, invece di premere a fondo sul pedale di una rabbia troppo a lungo repressa. La commedia avrebbe potuto tranquillamente tingersi di note umoristiche virate al nero in perfetto stile La guerra dei Roses (1989), ma il regista si guarda bene dal compiere scegliere stilistiche di un certo peso. Anche per quanto concerne il discorso sull’immigrazione e l’intolleranza verso la razza differente – personificato dalla figura del parroco indiano, probabilmente il personaggio meglio descritto nel film – si resta sul vago e sul buonismo imperante in questi casi. I vertici ecclesiastici, oltre inizialmente ai maschietti del luogo, non accettano di buon grado che il prete consigli la lettura del Kamasutra per risolvere i vari problemi di stanchezza sessuale; ciò da il là ad un altro spunto narrativo che non sfocia in qualcosa di autenticamente satirico nei confronti del soffocante perbenismo che attanaglia l’intera comunità, ma viene semplicemente usato a mo’ di pretesto per siparietti equivoci non sempre efficaci da punto di vista comico.
A Schaub deve essere sembrata una buona idea giocare cinematograficamente sul contrasto tra panorami naturali mozzafiato ed evidenti difficoltà relazionali tra gli abitanti. Tuttavia Amur senza fin non fa altro che ripiegarsi su se stesso, nella vana ricerca di un’autorialità latente che lascia presto il posto ad un’ambizione commerciale sin troppo palese: quella di non scontentare nessuno mettendo in scena una farsa innocente incapace di urtare la sensibilità di alcun fruitore. Esattamente ciò che una commedia di costume, intrisa della giusta dose di cattiveria, non dovrebbe mai fare.
Presentato, chissà per quali motivi, nel fuori concorso di Locarno 2018, Amur senza fin dimostra solo, al di là di qualche isolato momento simpatico, la scarsa dimestichezza del cinema svizzero con il genere suddetto, rivelandosi un prodotto piattamente televisivo – a partire da un cast a dir poco anonimo – buono per una prima serata invernale in un qualsiasi palinsesto generalista rossocrociato. E facendo quasi rimpiangere la scurrilità consapevole delle commedie popolari nostrane con Massimo Boldi, Christian De Sica e compagnia varia.

Daniele De Angelis

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