Amama

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6.0 Awesome
  • voto 6

Avia Familias

La vita agra in un’antica fattoria edificata in pietra nei paesi baschi di oggi. Impossibile affermare che il film di Asier Altuna (classe 1969) – ovviamente basco anch’egli nonché autore di un’opera recitata proprio nell’idioma di quella stessa regione spagnola – non susciti una certa curiosità “antropologica”. La possibilità di mettere a confronto tradizioni secolari con i progressi compiuti dalla società contemporanea pareva sulla carta uno spunto più che valido per realizzare un film che catturasse in modo spontaneo l’interesse dello spettatore esterno, cioè lontano da quei posti che potrebbero in qualche misura ricordare il sud della nostra penisola.
Amama – When a Tree Falls riporta inizialmente le lancette del tempo ad un’età immota, dove ogni nuova nascita è accompagnata dal gesto di piantare un albero nei boschi della proprietà. Il tronco di quello stesso albero verrà poi dipinto di un colore che descriverà il carattere dell’individuo associato. Una sorta di atavico rito pagano, per usare una descrizione sommaria. Anche se le tradizioni maggiormente antiche sono e più possono essere soggette ad un’interruzione. E Amama, presentato nella Sezione Ufficiale della Festa del Cinema di Roma 2015, racconta proprio di questa, per certi versi inevitabile, frattura. Altuna è scaltro nel mettere davanti all’obiettivo della macchina da presa diversi spunti meritevoli di attenzione. La figura matriarcale dell’anziana nonna – che dà il titolo al film – osserva muta gli sviluppi famigliari, con un padre ancorato ad una visione estremamente conservatrice della vita rurale ed i due figli maschi che abbandonano presto la fattoria per approdare ad una differente vita cittadina. L’ultimogenita Amaia, al contrario, resta finché può ad aiutare i genitori, ma anche lei è destinata presto ad entrare in rotta di collisione con il genitore, trovando nell’arte della fotografia un diverso obiettivo nella vita. Come si potrà notare molti generi sembrerebbero confluire in Amama:  il realismo della quotidianità, il melodramma del distacco e persino “l’orrore” sui generis di esistenze senza apparenti vie di fuga, vissute per sempre allo stesso modo in cui erano iniziate. Sfortunatamente Altuna dimostra di non essere del tutto adeguato ad affrontare tematiche così pregnanti, non riuscendo a dare un tono omogeneo ad una narrazione che procede a strappi molto poco calibrati. Il principale difetto di Amama risiede proprio nel non riuscire a riproporre “l’epica” giornaliera del lavorare la terra. La lotta, il sangue, il sudore di stampo verghiano rimangono lettera morta. Per colmare questa lacuna il cineasta basco inanella una serie di sequenze nelle intenzioni ricche di pathos ma in pratica molto didascaliche, come quella onirica che vede il primo figlio staccarsi da una lunga corda tesa da una moltiplicazioni di immagini della nonna. Anche la figura di quest’ultima, in teoria predominante sin dal suggestivo titolo, manca di una descrizione definita: ritorna utile solo nel finale, usata come strumento catartico in maniera piuttosto ridondante. L’epicentro realmente sussultante della sceneggiatura di Amama rimane così il rapporto padre/figlia, messo in scena con sincerità attraverso tutti i suoi momenti alti e bassi, bruschi allontanamenti e inaspettati riavvicinamenti. Tutte le contraddizioni sociologiche che intendeva evidenziare un film come quello di Asier Altuna, si riducono alla fine ad un semplice conflitto generazionale, pur denso e sfaccettato.
Decisamente troppo poco, insomma, per fare di Amama – When a Tree Falls una delle sorprese della kermesse romana e di Asier Altuna un nome da segnalare per il futuro. Al momento assestiamo il suo lungometraggio in una posizione di moderata curiosità festivaliera, che dubitiamo fortemente possa trovare uno sbocco concreto sui mercati distributivi internazionali.

Daniele De Angelis

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