Age & Scarpelli, cento di questi anni…

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Essi vivono

Con Mario Monicelli, loro regista d’elezione, e con I soliti ignoti (1958), vararono la commedia all’italiana, lasciando irrompere nella narrazione la bruciante attualità sociale e campionando la disomogeneità del Miracolo economico; con Dino Risi e I mostri (1963), della commedia all’italiana aumentarono la dose dell’immancabile ingrediente grottesco fino a rendere la ricetta esplosiva; con Ettore Scola e nei capolavori Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) (1970) e C’eravamo tanto amati (1974), provocarono un deragliamento dei generi e una sovversione della sintassi espositiva in anticipo sul post-moderno, confondendo comicità, magniloquenza melodrammatica e metacinema. Delle loro battute si sono riempiti la bocca i più formidabili attori dello schermo: Vittorio Gassman, Giancarlo Giannini, Sophia Loren, Anna Magnani, Nino Manfredi, Marcello Mastroianni, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Totò, Monica Vitti.
In un mestiere, la sceneggiatura, nel cui albo il ménage à deux è pratica frequente (Marchesi e Metz, Maccari e Scola, Benvenuti e De Bernardi, Castellano e Pipolo, Rulli e Petraglia), loro sono stati, almeno da noi, la coppia per antonomasia. La più nota e riconoscibile, un autentico brand. Age & Scarpelli. Consustanziali al punto da essere anche coetanei e, perciò, entrambi, in questo 2019 d’intemperanze climatiche allarmanti, centenari mancati: Agenore Incrocci da Brescia tra pochi giorni, il 4 luglio; Furio Scarpelli, romano, il 16 dicembre.
Hanno saputo raccontare con ironia urticante un’Italia che cambiava velocemente seppur affetta da distorsioni ancestrali. E parodiare così bene il carattere degli italiani da creare personaggi e storie intramontabili, assurgendo all’imperitura contemporaneità dei classici. Con Elio Petri e Il maestro di Vigevano (1963) hanno misurato la crescente avidità indotta dal benessere di massa, per additare, invece, con Pietro Germi e Sedotta e abbandonata (1964), le sacche di resistenza al progresso civile di larghe fette del Paese; ancora al fianco di Risi, hanno sollevato, con In nome del popolo italiano (1971), interrogativi etici degni di Machiavelli e Dostoevskij su giustizia, colpa, castigo, coscienza, ma con il consueto, piccante umorismo; incitati da Monicelli, hanno trascritto in Courier, in Vogliamo i colonnelli (1973), la temperie angosciosa degli anni di piombo e scrutato, in Romanzo popolare (1974), la migrazione interna dalla guardiola privilegiata della Milano operaia. Ma non di sola commedia realistica camparono, i due. Tra il ’66 e il ’70, insieme a Monicelli (sì, sempre lui), reinventarono, nel dittico su Brancaleone, i codici del poema cavalleresco. Per Sergio Leone, invece, sceneggiarono il terzo episodio della trilogia del dollaro, Il buono, il brutto, il cattivo (1966), concedendo, così, un lacerto del loro talento allo spaghetti western. Adattando, per Luigi Comencini, La donna della domenica di Fruttero e Lucentini, tessero, nel ’75, un giallo sofisticato e ricco di notazioni psicologiche.
Un forte legame, certo, ma l’affinità che li unì non deve indurre a dimenticare che, anche separati (a un certo punto si divisero…), essi seppero raggiungere risultati considerevoli: Age pubblicando, nel ’96, “Scriviamo un film”, manuale imprescindibile, nella sua limpidezza, per ogni studente di sceneggiatura, Scarpelli accaparrandosi una nomination all’Oscar per Il postino (1994), gran successo, in vero melenso, di Michael Radford, terza candidatura dopo le due, condivise con Age, per I compagni (1963) e Casanova ’70 (1965), entrambi di Monicelli (!).
Incrocci è scomparso nel 2005, il sodale nel 2010, ma la loro opera pulsa di vita. Il festival o la sala d’essai che intendesse dedicare loro una retrospettiva avrebbe a disposizione oltre cento titoli tra cui scegliere. Non tutti memorabili, ma molti sì. L’anniversario porterà qualche rassegna? C’è da sperarlo.

Dario Gigante

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