A Serious Game

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6.5 Awesome
  • VOTO 6.5

Aspettando l’eclissi

Intro: terminata già da alcune settimane un’edizione particolarmente valida e sostanziosa, il Nordic Film Fest 2019 ha scelto di non andare in vacanza, aderendo alla ricca programmazione di Cinema di stelle, altra interessante iniziativa nata nella capitale e giunta quest’anno alla seconda edizione. A rendere più suggestivo l’evento la così accogliente cornice offerta da Palazzo Merulana, spazio che si sta prestando ad appuntamenti culturali di vario genere e che ci ha dato il benvenuto, per l’occasione, con un buon calice di vino. Queste le premesse di Nordic Film Fest Summer 2019, snello palinsesto che dal 18 al 26 luglio ha offerto al pubblico capitolino una selezione delle opere più interessanti correlate alle ultimi edizioni del festival. Da parte nostra abbiamo puntato subito un film e una data, A Serious Game giovedì 25 luglio, dato che il lungometraggio di Pernilla August passato alla Berlinale 2016 generava in noi una certa curiosità, come spesso ci capita con le produzioni cinematografiche in costume provenienti dalla Scandinavia. Pellicole raramente geniali e innovative, in quanto a linguaggio filmico, ma dotate di frequente dell’auspicabile forza evocativa e di accurate ricostruzioni ambientali.

Alla prova del nove, A Serious Game ha soddisfatto almeno in parte le aspettative: il film diretto con mestiere dalla svedese Pernilla August, autrice che meriterebbe un discorso a parte (proveremo magari a sintetizzarlo più avanti), si ispira all’omonimo romanzo, molto noto in patria, pubblicato nel 1912 da Hjalmar Söderberg. Di un testo simile la August ha ripreso, con toni alquanto intimisti e improntati al chiaroscuro, se non addirittura al grigiore di anime prigioniere del proprio ruolo sociale, le tormentate relazioni sentimentali “fotografate” in un momento storico nel quale una progressiva emancipazione femminile cominciava a stridere con le più consolidate convenzioni borghesi. Passioni trattenute a stento, assetti famigliari difficili e maschere da indossare in pubblico fanno capolino in un racconto cinematografico restio ad acquisire la stessa freschezza rappresentativa che potevano vantare l’ottimo Jude di Michael Winterbottom o i capolavori ambientati da Scorsese in epoche passate, per quanto la rievocazione di certi stili di vita e atmosfere appaia comunque plausibile, d’impronta vagamente minimalista ma estremamente curata in ogni dettaglio. Dal fatto poi che uno dei protagonisti, l’aspirante giornalista Arvid Stjärnblom (Sverrir Gudnason), riesca effettivamente a farsi largo come critico teatrale in una redazione importante, emerge strada facendo uno sfaccetato ritratto metalinguistico dell’opera lirica e del suo pubblico quale concentrato di relazioni pubbliche ed intensi rapporti interpersonali, tra soggetti tumultuosamente attratti o talvolta in contrasto tra loro. A margine degli spettacoli recensiti da Arvid si crea infatti un costante gioco di sguardi tra palchetti e platea volto a rivelare, come anche eventualmente a dissimulare, i veri sentimenti dei protagonisti. Sì, perché dopo aver rinunciato troppo presto (un po’ per motivi di censo e un po’ per immaturità) a una relazione vissuta da entrambi in modo estremamente passionale, il cronista in ascesa Arvid si consolerà con un matrimonio di ripiego, mentre dichiaratamente di interesse è il matrimonio cui va incontro l’amata Lydia Stille (Karin Franz Körlof), costretta a riconfigurare repentinamente le proprie aspettative di vita in seguito alla prematura scomparsa del padre artista. Ai due basterà però incontrarsi in teatro dopo svariato tempo per ritrovare l’antica fiamma. Scintille che covavano sotto la cenere. Con esiti d’altronde altamente drammatici, sfumato l’entusiasmo iniziale, per il proprio vissuto e per i rispettivi equilibri famigliari. Fino a quell’epilogo volutamente sospeso al quale l’imminente eclissi di sole offre un non trascurabile contrappunto emotivo, simbolico.

Molta carne al fuoco, quindi, per il secondo lungometraggio di Pernilla August, che aveva esordito con un film (Beyond, 2010) legato invece agli anni ’70 e a problematiche di gran lunga più contemporanee. Avevamo promesso di aggiungere qualcosa di più sul conto della cineasta svedese. Affermatasi da giovanissima come attrice, interpretando ruoli importanti a teatro e persino nel cinema di Ingmar Bergman, con una piccola parte in Fanny e Alexander all’attivo, Mia Pernilla Wallgren coniugata August è un volto riconoscibile anche dal grande pubblico, avendo impersonato più di recente la madre di Anakin Skywalker nei prequel di Guerre Stellari. Andando sul versante privato, non si può tralasciare il fatto che dal 1991 al 1997 sia stata sposata una seconda volta, col noto regista danese Bille August. Curiosamente, proprio al cinema del suo secondo ex marito ci viene spontaneo accostare A Serious Game, nel bene e nel male. Recitazione misurata e ottimo controllo della messa in scena, da un lato, ma anche qualche scena inerte e incolore di troppo, talvolta dovuta alla scarsa incisività di alcuni personaggi secondari (vedi l’inviato all’estero dai modi ingenui e un po’ goffi, innamoratosi di Lydia con scarsa fortuna), talvolta ad ellissi temporali che smorzano ulteriormente la tensione drammaturgica di un’opera comunque priva di grossi slanci creativi.

Stefano Coccia

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