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A Light That Never Goes Out

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VOTO: 7

La mia band suona il…

Per inaugurare il concorso internazionale della 18esima edizione di Piccolo Grande Cinema, la direzione artistica e il comitato di selezione hanno deciso di puntare su A Light That Never Goes Out (Joassain on valo joka ei Sammu), portandolo in anteprima italiana alla kermesse meneghina dopo la première mondiale a Cannes 2025 nella sezione ACID. A detta degli organizzatori è stato amore a prima vista nei confronti della pellicola di Lauri-Matti Parppei, al punto da decidere di invitare nella serata di apertura al Cinema Arlecchino sia il regista che alcuni componenti del cast per presentare il film ed eseguire alcuni brani della colonna sonora in un mini concerto al termine della proiezione.
La musica è infatti la seconda protagonista dell’opera prima del cineasta finlandese, non solo perché è al centro della narrazione, ma anche per il fatto che tutte le tracce sono state eseguite e registrate live durante le riprese, senza l’ausilio del playback. Scelta, questa, che oltre a conferire una maggiore verità alla storia e alle interpretazioni, rappresenta un valore aggiunto in termini performativi e di fruizione, con quest’ultima che si trasforma di conseguenza in un’esperienza sonora immersiva e non solo filmica. E non poteva essere altrimenti per un’opera firmata da un regista che prima di essere tale è anche un apprezzato musicista, che per l’occasione ha composto tutti i brani dell’original soundtrack.
Ma A Light That Never Goes Out non parla solo di musica e del suo potere salvifico, ma anche di una tematica dal peso specifico assai rilevante che sul piano drammaturgico, narrativo ed emozionale alza l’asticella e di riflesso la temperatura. La pellicola di Parppei ci porta nel nord di una nazione nordica, ossia la Finlandia, ove i problemi di depressione e solitudine tra i giovani sono tra le piaghe sociali più diffuse e drammatiche. Ad occuparsene qualche stagione fa anche Tuva Novotny nel suo Blind Spot, ambientato nella vicina Norvegia. Il collega di Helsinki invece ci conduce al seguito dell’ex flautista ventisettenne Pauli che dopo aver tentato il suicidio decide di tornare a vivere con i genitori nella piccola città natia di Rauma. Qui incontra una vecchia amica d’infanzia, Iiris, che cerca di convincerlo a suonare con lei musica sperimentale estrema. Pauli, che ha sempre cercato la perfezione, inizia a trovare speranza e conforto in strani esperimenti sonori e in un nuovo tipo di amicizia.
Attingendo ai capitoli di un romanzo di formazione e mescolando musica e dramma giovanile come era stato per My Soul Summer, l’autore racconta un processo di rinascita che si compie mediante l’abbandono progressivo di schemi spesso auto imposti e vincolanti, colpevoli di levare linfa vitale e stimoli verso una piena accettazione di se stessi e dei limiti che ognuno, inevitabilmente possiede e con cui deve imparare a convivere. Ne viene fuori un’intesa e toccante parabola esistenziale che mette le emozioni forti e cangianti al centro della narrazione, impreziosita dalle interpretazioni di Samuel Kujala ed Anna Rosaliina Kauno. Peccato per qualche scene e dialoghi che eccedono un po’ troppo di afflato.

Francesco Del Grosso

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