A Hero

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7.0 Awesome
  • voto 7

C’era una volta Persepoli

Ancora un grande e impietoso ritratto della società iraniana quello fornito da Asghar Farhadi con A Hero (il titolo in lingua farsi è traslitterato come Ghahreman), che gareggia per la Palma d’Oro a Cannes 2021. Parliamo del più importante cineasta di quel paese che lavora in patria, alternando però produzioni internazionali, come Il passato e Tutti lo sanno. E parliamo di una nazione che ha ereditato una grande, e antica cultura, dove la vita sociale si basa su sotterfugi, falsità e finte generosità, su una normativa morale che vuole premiare il riscatto sociale ma che si fonda su fiscalismi, su testimonianze e motivazioni scritte, su una burocrazia fatta di scartoffie cartacee che sopravvive nella modernità di dispositivi elettronici e digitali. Quest’ultimo aspetto è evidente nel film sia dal potere dei social anche in Iran in grado di distruggere reputazioni. Oppure da quella raccolta fondi dove il pubblico elargisce somme tanto in banconote contanti quanto via pos. Raccolta caritatevole che rientra nelle pacchianissime baracconate televisive, da tv del dolore, dove può essere esibito un bambino con problemi di dislessia.

La storia di A Hero è incentrata su Rahim, che esce di prigione dove è detenuto per l’incapacità di estinguere un debito. Si tratta di un permesso temporaneo concessogli con il fine di trovare il modo di racimolare la somma sufficiente da restituire al suo creditore, un suo cognato. La sorte, o il caso, gli offre la soluzione perfetta, facendogli trovare una borsa piena di monete d’oro. Ma lui, come un personaggio kubrickiano, vuole prendere in mano le redini della sua vita e decide di cercare la legittima proprietaria di quel tesoro. Tutto in realtà con molti forse perché Farhadi mantiene sempre un livello di indeterminatezza narrativa. Siamo di fronte a una cultura che prevede e premia la generosità e il perdono. Il sistema legislativo iraniano, in un paese che peraltro vede il record delle condanne capitali e questo è accennato nel film, prevede per esempio la possibilità di grazia per un condannato a morte, se voluta dai famigliari della vittima. Nei rari casi in cui succede, i media esaltano questo esercizio del perdono supremo e finanche la Guida Suprema esalta e addita a modello un tale virtuosismo morale. E così il creditore potrebbe fare atto di perdono e sollevare Rahim. Ma tutte le esibizioni di generosità si riveleranno false, in un contesto dove tutti i personaggi praticamente mentono o non dicono la verità fino in fondo, o si perderanno nei meandri della burocrazia.

Quando Rahim esce di prigione si reca in un imponente sito archeologico, che si sviluppa in altezza su dei rilievi collinari nel deserto, dove si trovano le tombe dei re di Persepoli, in cui è in corso un restauro. Siamo nei paraggi di Shiraz, simbolo dell’antica Persia, in un paesaggio spettacolare, che rende le vicende del film come una briciola in una storia millenaria, ma le cui vestigia hanno bisogno comunque degli uomini contemporanei per essere preservate e curate. Rahim va in quel luogo per incontrare un parente che vi lavora, cui dice di volere restituire il suo debito. Dall’eterna cultura persiana si scivola nelle piccole beghe terrene degli individui che abitano ora in quei luoghi dell’antichità. Ulteriore simbolo è quel bazar che si vede nel film, con le musiche caratteristiche, emblema di una società che si fonda sui mercanteggiamenti, e che dà un alto valore al denaro. Ma la cultura iraniana è anche quella del suo cinema, che ha prodotto registi fondamentali nella storia della settima arte. E in Asghar Farhadi possiamo trovare quel respiro classico di Kiarostami, per esempio, in quei momenti finali, quando il protagonista si reca alla stazione di polizia, e i personaggi dialogano spesso coperti dalle macchine del traffico urbano, in quello stile da cinema verità tipico per esempio di Close Up. Una scena che segna peraltro il ritorno alla prigione, elemento molto frequente nel cinema iraniano, nella circolarità di un fallimento, ma ancora nella compresenza di quel paesaggio millenario persiano che rimane testimone impassibile delle vicende umane che scorrono ai suoi piedi.

Giampiero Raganelli

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