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Lo Scuru

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VOTO: 7,5

Tenebrosi rituali (in bianco e nero) di una Sicilia ancestrale

Come dichiarato nel catalogo da Maria Martinelli, “Anche quest’anno il Ravenna Nightmare Film Fest presenta il Concorso Nazionale Lungometraggi, con l’istituzione del Premio MetaLupo al miglior lungometraggio. Una scelta che nasce dal desiderio di sostenere e valorizzare il cinema italiano di genere, un settore che negli ultimi anni sta crescendo e conquistando sempre più spazio e riconoscimento.”
Data questa premessa, non sorprende più di tanto che le selezione di film italiani della 24esima edizione del Ravenna Nightmare Film Fest sia stata una delle miglior di sempre, di sicuro la più varia e stimolante in quanto a declinazione di generi approcciati da ognuno con un taglio differente. Se infatti assai meritato ci è parso il premio a L’acqua non è mai ferma di Roberto Mariotti, non meno esaltanti ci sono sembrate le visioni di Roma o morte di Francesco Zampaglione e, per l’appunto, Lo Scuru (The Darkness) di Giuseppe William Lombardo.

Vi è poi un comune denominatore, che concerne proprio Lo Scuru e L’acqua non è mai ferma, da cui può nascere una riflessione: nel giro di un paio di giorni a Ravenna abbiamo potuto ammirare sul grande schermo non soltanto questi due titoli, ma anche La luna e le stelle sono buchi nel cielo del Maestro giapponese Arai Haruhiko (premiato dal Nightmare con l’Anello d’Oro Special Edition), tutti caratterizzati da un utilizzo estremamente maturo ed espressivo del bianco e nero.
Nel caso del lungometraggio diretto da Giuseppe William Lombardo quel suo ritrarre così, con tanta raffinatezza a livello formale ma senza rinunciare ai tratti più ferini, crudi e selvaggi della messa in scena, gli ambienti perlopiù sordidi e modesti attraversati dal racconto, serve a introdurre una Sicilia ancestrale ben lontana dalla connotazione solare, mediterranea e alla fin fine “colorata” che le viene solitamente attribuita; una costruttiva anomalia, questa, che ci ha fatto persino tornare in mente un altro film di genere assolutamente fuori dagli schemi, l’ottimo Lemuri – Il bacio di Lilith, ambientato a sua volta in un’inedita (almeno per il pubblico medio) Sicilia gotica, dark, ove ricollocare attraverso una storia di maledizioni, vampirismo e stregoneria addirittura gli stilemi del cinema muto, più in particolare quelli inerenti all’Espressionismo tedesco.

Anche nella preziosa opera cinematografica di Giuseppe William Lombardo (adattamento dell’omonimo romanzo di Orazio Labbate, scrittore originario di Butera) i paesaggi siciliani mutano segno. Ma se ciò avviene è affinché possano ospitare un torvo dramma famigliare in cui convergono tensioni etiche e sociali di varia natura; laddove il “malocchio”, le attività malavitose locali e la tratta delle nere dall’Africa attuata sotto la minaccia di sortilegi e oscuri rituali creano uno sfondo mefitico, in cui le tessere di un “puzzle” criminale galleggiano tra scenari antropologici degni di Ernesto de Martino.
Centrale ne Lo Scuru è perciò l’odissea personale di un giovane siciliano, tornato da poco nell’isola, che per esorcizzare incubi ricorrenti, traumi famigliari e recenti lutti sarà costretto ad accettare che, dietro la propria diagnosi psichiatrica, si celino invece le scorie di una crudele maledizione maturata in famiglia. Tenebrose sono, a livello filmico, le suggestioni che ne derivano, impreziosite poi da una regia assai ispirata, da una fotografia strepitosa e da interpretazioni attoriali di rara e struggente intensità.

Stefano Coccia

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