Consegna speciale
Correva l’anno 2016 quando, con Resident Evil: The Final Chapter, Paul W. S. Anderson sembrava avere scritto la parola fine all’ormai moribonda esperienza cinematografica dell’adattamento cinematografico della celebre e omonima saga videoludica di Capcom, da lui stesso portata sul grande schermo per la prima volta nel 2002. Nel mezzo si contano quattro sequel diretti tra gli altri da Alexander Witt e Russell Mulcahy che, capitolo dopo capitolo, tra parecchi bassi e pochi alti, hanno via via deluso i desiderata e le aspettative dei fan. Motivo per cui il reboot del 2021 firmato da Johannes Roberts, battezzato Resident Evil: Welcome to Raccoon City, nel quale si assisteva a un ritorno alle origini grazie a una fedeltà quanto più possibile a storia, personaggi e atmosfere dei primi due videogame del franchise, era stato accolto con curiosità mista a speranza e scetticismo. Si tratta dello stesso tipo di reazione che ha accompagnato la notizia di un secondo reboot, se non fosse che questo nuovo tentativo di rilancio vedeva al timone Zach Cregger, uno che si era guadagnato la stima e la fiducia degli addetti ai lavori e del pubblico grazie a pellicole come Barbarian (2022) e Weapons (2025). Il ché ha fatto ben sperare circa la possibilità di dare nuova vita audiovisiva a un progetto ormai morto e sepolto.
Serviva dunque una bella e decisa scarica di defibrillatore per tornare a fare battere il cuore della saga, con qualcosa che prendesse le giuste distanze da quanto fatto in precedenza, senza però abbandonare totalmente l’universo e l’anima della matrice videoludica. Ecco allora che la decisione dello sceneggiatore e regista statunitense di mettere in scena una storia completamente originale, con personaggi non presenti nei videogiochi, aveva da una parte fatto storcere il naso a più di un appassionato e dall’altra aveva fatto ben sperare circa la possibile riuscita. Ma adesso che Resident Evil è finalmente approdato sul grande schermo, mostrandosi a noi e al pubblico per ciò che è, si può dire senza paure di essere smentiti che i fatti e il risultato ha dato pienamente ragione a Cregger e alle sue scelte. Superati tutti i rischi e gli ostacoli del caso, l’ottavo film della saga, nelle sale a partire dal 17 settembre 2026 con Eagle Pictures, ha dato quella svolta che ci voleva e che tutti desideravano. Con la complicità in fase di scrittura di Shay Hatten, Cregger va diritto a meta con una terrificante interpretazione del franchise incentrata su una storia completamente inedita, che introduce la storia di Bryan, un corriere medico che si ritrova involontariamente coinvolto in una frenetica sfida contro il tempo per sopravvivere, mentre una notte sconvolgente e orribile sprofonda nel caos intorno a lui.
Resident Evil punta meno sull’action che aveva caratterizzato i film precedenti, per sposare una ricetta di ben altro tipo, nella quale l’azione non ha una quota maggioritaria ma ne è parte integrante. A salire di dosaggio è la componente orrorifica nella sua espressione più dichiaratamente splatter e “giocosa”, con l’inserimento efficace e inaspettato di quella comica, rappresentata da uno humour che nella saga non si era mai palesata, preferendo sempre un mood serio. Quest’ultima è la novità assoluta di un’operazione che rilancia alla grande il franchise, per la gioia nostra e dell’intera fanbase. Con e attraverso questi ingredienti, Cregger costruisce un survival horror che ha il sapore di una frizzante spremuta di adrenalina, sangue e risate. Il tutto si materializza sullo schermo a cominciare dal personaggio principale e dalla sua buffa incarnazione affidata al bravissimo Austin Abrams, un buffo anti-eroe per il quale non si può non provare affetto e simpatia, lontano anni luce e agli antipodi rispetto alla guerriera iper-addestrata Alice, interpretata da Milla Jovovich, che combattevae abbatteva gli zombi creati dalle armi batteriologiche della Umbrella Corporation. È lui e la comicità volontaria e non che sprigiona nel susseguirsi di tragicomiche disavventure che lo vedono suo malgrado protagonistanel corso del viaggio verso l’inferno di Raccoon City. Il suo Bryan dovrà vedersela lungo il percorso con creature di ogni tipo e specie, vecchie e nuove conoscenze della saga (dal cane ai topi mutanti, passando per gli zombie innestati), in un’odissea fatta di scene coinvolgenti e divertenti (su tutte quella degli zombie kamikaze, dell’incidente in macchina e dell’ascensore dell’ospedale), rese tali grazie alla scrittura, al disegno del personaggio principale e di una regia che utilizza in maniera sistematicamente efficace le soggettivi, le semi e false soggettive, per restituire la dimensione esperenziale del videogame.
Francesco Del Grosso









