Non entrate in quelle case
Porte che si aprono rivelando oscurità imperscrutabili, cantine che nascondono segreti da svelare poco alla volta. Se bisognasse cercare dei tratti peculiari della filmografia di Zach Cregger fino a oggi, non potrebbero essere che questi. Weapons è parente del precedente Barbarian, ne condivide molti aspetti, ma al tempo stesso se ne allontana, virando decisamente più sul soprannaturale. Ma è soprattutto il modo di narrare di Cregger a cambiare in questo film, assumendo toni meno cupi, senza per questo rinunciare ad alcuni principali stilemi del genere horror, nonostante i jumpscare non superino il numero di due o tre.
Una fiaba nera che riprende il tanto caro archetipo della strega, regalandole originalità e un certo tocco d’estetica pop che pare avere già conquistato buona parte del pubblico americano, che sta adorando Weapons (sui social si parla già di nuovi possibili costumi per Halloween ispirati dal film). Nell’originale struttura architettonica del film, diviso in tante sezioni quanti sono i suoi protagonisti, Cregger introduce la sua storia proprio come se dovesse raccontarci una fiaba, con una voce fuoricampo iniziale che spiega il punto di partenza: diciassette bambini appartenenti tutti a una stessa classe delle elementari si sono allontananti dalle proprie case durante la stessa notte. Ma già da questo incipit tutto sommato tradizionale possiamo avvertire una prima nota diversa: a raccontare il prologo è un bambino. I più piccoli sono subito al centro della scena, in attesa che uno di loro, Alex Lilly, l’unico bambino della classe a non essere svanito nel nulla, si prenda il dovuto spazio nella vicenda.
In questa narrazione non lineare, fatta di rette che si rincorrono e s’intrecciano proprio come le traiettorie dei giovanissimi alunni durante la loro “fuga” notturna, Cregger inserisce tanti episodi e sotto-episodi (forse pure troppi?), dipanando l’attenzione dello spettatore sulle dinamiche che uniscono o fanno scontrare i molti protagonisti e alimentando i suoi interrogativi senza cedere del tutto, va detto, al thriller puro (diciamocelo, il mistero della vicenda è grossomodo risolto non molto dopo la metà del film). Tante situazioni che, partendo dalla descrizione del difficile momento attraversato dalla giovane maestra della classe (Justine Gandy, una a tratti “secchiona”, a tratti femme fatale, Julia Garner, specializzata ormai nel genere), descrizione che parrebbe volere imbastire un in verità blando e non troppo incisivo discorso sui pregiudizi e la rabbia cieca del branco contro il capro espiatorio, portano tutte in unico luogo, in un unico punto della mappa verso il quale confluiscono tutte le pedine della storia: una casa, guarda caso, protagonista ed epicentro dell’orrore così come nell’ottimo Barbarian. La forza e la caratteristica migliore di Weapons stanno nel puro gusto del narrare e del girare di Cregger, che non dimentica la sua formazione di comico e fa della godibilità, dell’intrattenimento e dell’umorismo, a volte schietto, a volte macabro, il sale del proprio racconto. Non a caso il finale è rapido e conciso e lascia poco spazio alle conseguenze della vicenda che verranno: Cregger non è interessato al prima o al dopo, quanto al mentre, al durante e all’abilità del presentarlo senza annoiare o fare calare l’attenzione. La sua missione, da questo punto di vista, raggiunge lo scopo.
In un’epoca storica segnata da pesanti incertezze, tragedie, guerre, disuguaglianze e miserie è interessante notare come i nuovi horror stiano riguadagnando un’attenzione verso la casa, luogo che diventa conforto mancato e un illusorio porto sicuro in cui approdare. Si potrebbe imbastire un proficuo ponte di confronto con Longlegs, altro horror recente in cui le forze del male prendono possesso di un’abitazione e dei suoi abitanti, come parassiti che si nutrono del corpo delle proprie prede e grazie a esso prosperano. Il richiamo ai parassiti non è casuale, ma è fortemente sottolineato da Cregger in due occasioni all’interno di Weapons: il dirigente Marcus e il suo compagno sono ripresi nell’atto di guardare un documentario naturalistico sui parassiti e sempre sui parassiti è una delle poche lezioni della maestra Justine che compaiono per brevi istanti. Sarà il nuovo a essere chiamato ad abbattere il vecchio che prova a non lasciarlo e ad aggrapparcisi con tutte le sue malvagie forze.
Se in Barbarian Cregger affrontava con sguardo in parte politico alcuni scheletri dell’armadio dell’epoca reaganiana, in Weapons cede maggiormente e con buoni risultati al gusto della narrazione e alle forze che dominano una sfera del mondo che oltrepassa i confini naturali, confermandosi e delineando una propria autonomia autoriale all’interno del vasto universo del nuovo cinema horror.
Marco Michielis









