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La bola negra

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VOTO: 8

Dopo i Daniels, arrivano gli Javis

È difficile credere che La bola negra — il lungometraggio schiantatosi come un asteroide su una Croisette in disperato bisogno di rumoroso entusiasmo — sia solamente la seconda prova registica del duo conosciuto affettuosamente come Los Javis. Eppure 20 minuti di ovazione più tardi, il debutto del 2017 intitolato Holy Camp!, adattamento di un musical popolato da suore represse e lesbiche rapper, appare immediatamente come un tassello bizzarro della loro filmografia, a fronte dello spettacolo messo in scena con appassionata maestria in questo melodramma storico, che è valso ai suoi autori il premio per la miglior regia al 79º Festival di Cannes. Si dice che la fortuna aiuti gli audaci, ma a quanto pare nel cinema, come ci ricorda il successo di Everything Everywhere All at Once, basta collaborare con il proprio omonimo. Javier Calvo e Javier Ambrossi, compagni di vita per gli ultimi tredici anni e ancora colleghi dietro la cinepresa nonostante la separazione, confezionano un racconto intergenerazionale che non è improprio definire di proporzioni epiche.
La bola negra, titolo che coincide con la novella incompiuta di Federico García Lorca, è un’operazione di rielaborazione storica radicata nella produzione letteraria del drammaturgo e poeta spagnolo, ma anche l’epopea dai connotati queer e dal forte valore commerciale che cinefili da tutto il pianeta aspettavano da tempo di celebrare. La bola negra è narrativamente accessibile e scenograficamente variegato, ma soprattutto è attraversato da momenti memorabili che si fanno portavoce di un messaggio emotivamente potente. Al cuore del progetto arde la fiamma alimentata dal desiderio degli Javis di rendere la comunità queer protagonista di una storia talmente ambiziosa e monumentale da non poter essere circoscritta alla nicchia produttiva in cui il loro cinema è spesso relegato. A prescindere da quanto l’etichetta di questo “sottogenere” abbia visto un incremento della sua applicazione, come testimonia un’edizione di Cannes in cui più di venti titoli si sono battuti per la prestigiosa Queer Palm, il problema è alla base: le storie queer non dovrebbero in partenza essere considerate come una corrente a se stante, ma semplicemente cinema. Tuttavia, sarebbe riduttivo leggere La bola negra come un semplice esercizio di rappresentazione identitaria. La missione degli Javis non consiste nel riempire una lacuna, bensì nel costruire un racconto capace di tramandare valori universali — dignità e importanza della memoria su tutti — attraverso personaggi a cui la storia ha negato il diritto di farlo con la propria voce. È cinema militante, certo, ma nel senso più nobile e genuino del termine: un tentativo di riappropriarsi delle narrazioni invisibili spezzate dal tempo e dall’oppressione, su cui non è mai troppo tardi soffiare via la polvere per rivelare retroattivamente quanto le nostre vite siano impercettibilmente interconnesse.
Lo stesso desiderio anima i quattro uomini al centro di questa epopea fittizia, che immagina ciò che potrebbe essersi nascosto dietro all’unica opera apertamente omosessuale di Lorca, rimasta incompiuta. Tre distinte linee temporali — 1932, 1937 e 2017 — unite dai fili rossi che il flusso inesorabile del tempo si lascia alle spalle, e che il cinema è in grado di tessere nuovamente assieme. Dopo un’introduzione esplosiva, il dialogo tra le epoche fatica inizialmente a trovare il proprio ritmo, in un mosaico che è più simile a un’antologia di racconti separati che a una vera conversazione. Poi le cose gradualmente si sbloccano, e le storie iniziano a parlarsi fino a rincorrersi in un botta e risposta particolarmente intenso che sfocia direttamente nel climax del film. Nel 1932, Carlos, figlio di una famiglia dell’alta borghesia di Granada, si vede negato l’accesso a un prestigioso casinò a causa della propria omosessualità. Nel 1937, durante la guerra civile spagnola, troviamo invece Sebastian, in fuga dopo che il suo villaggio è stato bombardato “per errore”. Rifugiatosi tra le fila nazionaliste, gli viene affidato il compito di sorvegliare Rafael, prigioniero repubblicano con cui nascerà il legame su cui poggia tutta la narrazione. Ma come si intrecciano queste storie con quella di Alberto, che nel 2017 eredita dal nonno un documento che porta alla luce verità sepolte, e che lui capisce essere suo compito custodire?
Nel cast, anche Glenn Close, protagonista di un cameo sapientemente inoculato all’interno della narrazione, che ha fatto discutere sulla presunta natura eccessivamente espositiva e raffazzonata di alcuni passaggi. Nella linea temporale del presente, l’attrice statunitense interpreta una studiosa dell’opera di Lorca: un’apparizione volutamente teatrale e giocosa, la cui autorità in materia letteraria serve ad indirizzare la storia verso le battute finali. È però Penélope Cruz la vera anima del film, elemento esplosivo e memorabile il cui impatto è inversamente proporzionale alla sua fugace presenza sullo schermo — più che fugace, se soppesata in relazione alla durata di 155 minuti. Il suo è un ruolo trasformista e coreografico, dedito all’arte del corpo, che entra immediatamente in dialogo con un discorso più ampio tracciato dalle tendenze di un festival che ha ragionato in modo esaustivo sull’intrattenimento come ultimo baluardo di resistenza in tempi di guerra. Basti pensare al film di Lukas Dhont, Coward, i cui protagonisti fanno parte di una compagnia teatrale che allevia lo sconforto dei compagni per mezzo di frizzanti spettacoli che includono performance in drag, direttamente riconducibili al ruolo della Cruz.
Una kermesse francese di artisti provenienti dai mondi più disparati, quella di Cannes 2026, in cui La bola negra contribuisce attivamente a esplicitare il valore dell’esibizione, tracciando una linea diretta tra sopravvivenza ed escapismo, ribadendo il valore del documentare per iscritto le proprie emozioni, in modo da evitare che soccombano al passare del tempo. In un’edizione povera di partiture memorabili, l’eclettica colonna sonora firmata da Raül Refree spinge deliberatamente il film verso un registro melodrammatico, spalancando le porte alle emozioni in quello che, nel contesto della sala cinematografica, appare come un invito a vivere la visione come un’esperienza collettiva, quasi catartica. Nel rigoroso contesto autoriale della kermesse francese, che spesso privilegia un’idea di cinema che lavora per sottrazione, gli eccessi emotivi de La bola negra rischiano di apparire quasi scandalosi alla fetta più purista e severa della stampa. Eppure è anche per questo motivo, dopo 10 giorni di programmazione emotivamente austera, che la pellicola degli Javis ha sciolto le difese del pubblico con così tanta facilità.
In contrapposizione alle valutazioni sottotono da parte della critica, la notizia dell’ultima ora che Netflix stia già finalizzando un accordo per acquisirne i diritti, pronto a soddisfare l’ampia portata distributiva richiesta da un prodotto su cui aleggia una spasmodica attesa, ci serve su un piatto d’argento il discorso sulla natura e sull’integrità della critica cinematografica. Tutto parte dalla premessa, doverosa e inscalfibile, che l’arte sia soggettiva: ogni spettatore — critici inclusi — risponde alle immagini con una sensibilità calibrata dalle esperienze di vita, integrata da una scuola di pensiero che varia a seconda della natura della propria formazione. Sono comuni approcci profondamente formalisti, per cui il valore di un’opera risiede unicamente nel rigore della messa in scena, o paradossalmente nella capacità di rigettarla completamente per re-inventarla tramite espedienti audaci. Nel frattempo, film come La bola negra abbracciano deliberatamente l’eccesso sfociando quasi nel melodramma, pur di esplicitare la loro tutt’altro che inaspettata verità emotiva. È chiaro come queste visioni siano inconciliabili, eppure etichettare ogni sentimentalismo come “scadente”, liquidando i suoi intenti come semplice manipolazione emotiva, significa ignorare il motivo per cui determinate storie riescano a sedimentare presso un pubblico vasto. Esiste certamente un’aria di elitismo che attraversa una parte della critica festivaliera — spesso persino rivendicata con orgoglio — e sarebbe ingenuo negarne il valido contributo analitico, ma è altrettanto riduttivo sminuire un’opera che adotta come linguaggio l’immediatezza. Più che stabilire chi abbia ragione in questo caso, è utile saper identificare la provenienza dei giudizi che polarizzano la ricezione di un film, e decidere per se stessi se possa fare al caso proprio.
Non è insolito che i film affondati dalla critica finiscano per diventare quelli che il pubblico custodisce più gelosamente, e forse è proprio questo il destino pre-annunciato de La bola negra, al tramonto della sua remunerativa avventura sulla Croisette. Quello degli Javis è cinema che osa essere enorme prima ancora di aver determinato la sua andatura. È cinema esplicito, inevitabilmente imperfetto, ma carico di emozioni che è difficile scrollarsi di dosso per chi vi si riconosce. E funziona alla grande. Nel suo tentativo quasi disperato di rendersi memorabile, La bola negra ci ricorda che credere ostinatamente nel potere delle storie è una qualità in grado di farci sentire meno soli e di guarire ferite che non sapevamo di avere. Inoltre, e in qualità di appassionati di cinema questo è un punto fondamentale, è anche in grado di regalarci del grande Cinema. Citando le parole di Samantha Quan, produttrice di Anora e moglie di Sean Baker, pronunciate sul palco degli Oscar: “Raccontate le storie che sentite di voler raccontare, quelle che vi commuovono; non ve ne pentirete mai, ve lo prometto”.

Alessio Vinciguerra

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